10 febbraio: giorno del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli italiani d’Istria e Dalmazia

Giorno del ricordo delle vittime delle foibe

Le foibe sono profonde depressioni carsiche con una spaccatura nel fondo in cui vengono riassorbite le acque. Esse, tuttavia, non sono più tanto oggetto di interesse speleologico quanto storico, perlomeno dal secondo dopoguerra in poi.

La parola “foiba”, oggigiorno, rimanda inevitabilmente ai crimini commessi dai partigiani jugoslavi, capeggiati da Josip Broz, passato alla storia come Tito, ai danni di migliaia di cittadini italiani. Le azioni sopraccitate furono appoggiate dall’Ozna, la rete dei servizi segreti jugoslavi.

Prima di parlare delle controversie legate a questi sanguinosi avvenimenti, riteniamo sia conveniente ricostruire brevemente il quadro storico in cui essi sono collocati.

Le regioni dell’Istria e della Dalmazia, pur essendo da sempre popolate in larga parte da popolazioni di lingua slava, hanno, nel corso dei secoli, mantenuto costantemente rapporti con gli italiani. Entrambe, infatti, subirono l’influenza veneziana nel corso del medioevo: la riconoscenza ai crociati per l’aiuto fornito durante l’assedio di Zara del 1202 fu il casus che portò il doge Enrico Dandolo a prendere parte alla quarta crociata; dal 15esimo secolo fino al 1797 (anno del trattato di Campoformio, in virtù del quale le due regioni passarono all’Austria), sono state soggette al dominio della Serenissima. Fu proprio durante il periodo asburgico che andò a solidificarsi un sentimento nazionalista panslavista che minò i rapporti fra gli slavi e gli italiani che popolavano quei territori.

Questo è quanto deciso in un consiglio regio del 1866 dall’imperatore Francesco Giuseppe I, in seguito alla sconfitta subita durante la terza guerra d’indipendenza italiana.

“Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul litorale  per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno…”

Sarebbe minimale e scorretto, infatti, ridurre i massacri delle foibe a mera ripicca da parte degli jugoslavi contro i fascisti, se non altro perché le acredini, come abbiamo visto, hanno radici ben più profonde.

Terminato il primo conflitto mondiale e dissoltosi l’impero asburgico, il Regno d’Italia inglobò questi territori.

Fu allora che la convivenza fino a quel punto sostanzialmente pacifica fra le diverse etnie cominciò ad incrinarsi: il fascismo impose un violento processo di italianizzazione di queste regioni, cercando di eliminare qualsiasi elemento di cultura slava, a partire dalla lingua: i nomi sloveni e croati furono italianizzati e, con l’introduzione della Legge n. 2185 del 1/10/1923, fu vietato l’insegnamento del croato e dello sloveno nelle scuole. In un manifesto diffuso dagli squadristi si apprende  che fu vietato alla popolazione di Dignano di parlare o, addirittura, cantare per strada in una lingua che non fosse l’italiano. Gli stessi fascisti si sarebbero occupati di far rispettare questa disposizione con metodi “persuasivi”.

Le tensioni crebbero ulteriormente nella primavera del 1941, in seguito alla rapida campagna di conquista della Jugoslavia che vide protagoniste le forze della Wehrmacht e l’esercito italiano.

L’occupazione nazifascista portò alla costruzione di campi di concentramento in cui venivano internati indistintamente civili ed oppositori politici.

I campi italiani furono in tutto 31, fra cui si annoverano quelli costruiti a Prevlaka, Mamula, Lopud, Hvar, Arbe e Gonars; solo in quest’ultimo morirono di stenti circa 500 persone.

Si calcola che in oltre tre anni di occupazione fascista le vittime jugoslave siano state circa 13.000, fra civili fucilati, partigiani e non, e morti nei campi di internamento.

Terminato il secondo conflitto mondiale, prese piede il desiderio di vendetta da parte delle milizie partigiane jugoslave, le quali, spingendosi ad occidente, batterono sul tempo le truppe inglesi del generale Morgan ed entrarono a Trieste nella primavera del 1945. Tuttavia, non fu allora che cominciarono le rappresaglie contro i civili italiani. Lo storico Arrigo Petacco, infatti, afferma che sin dai giorni successivi all’8 settembre 1943 si erano avuti i primi massacri, dovuti più a vecchi rancori che a questioni di matrice politica.

A colpire, ed inorridire, maggiormente sono le modalità con cui i miliziani titini uccidevano le loro vittime: i malcapitati venivano disposti in fila indiana, legati con un filo di ferro ed i primi della lunga teoria subivano una sventagliata di mitra; caduti nella foiba, trascinavano con sé le altre vittime, le quali, fra indicibili sofferenze, morivano di stenti a decine di metri di profondità. Gli autori delle stragi, inoltre, poggiavano sulla pila di cadaveri un cane nero sgozzato, perché, secondo un’antica superstizione, esso avrebbe tenuto lontane le anime degli uccisi dagli assassini.

La stima delle vittime è oggetto di un grande dibattito: il già citato Petacco parla di circa 20.000 persone, alcune fonti di 5.000 ed altre ancora di poche centinaie. Ad oggi, la stima più accreditata è quella delle 10-11.000 vittime. Va specificato, però, che questo conteggio è ancora più difficile se si pensa che la maggior parte di queste cavità non si trova più in territorio italiano. Le foibe più famose sono quelle di Monrupino, Basovizza, Vines e Pisino.

Ai massacri si accompagnò l’esodo di circa trecentomila italiani i quali, di colpo, si trovarono ad essere potenziali vittime di un’operazione di pulizia etnica.

Per anni si è cercato di minimizzare sulla portata dei massacri, onde non compromettere i già delicati rapporti fra l’Italia ed il blocco orientale, di orientamento politico marxista. Sarà solo nel 2004, con la legge Menia, che verrà istituzionalizzato il Giorno del ricordo per le vittime di queste stragi.

Prima di concludere, vorremmo dedicare alcune righe al ricordo di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana la quale, catturata e seviziata da un gruppo di partigiani slavi ed italiani, fu barbaramente uccisa. Il suo corpo fu rinvenuto con un pezzo di legno fra i genitali, a prova delle violenze carnali che aveva subito prima di essere infoibata, probabilmente ancora viva.

Che il suo ricordo sia di benedizione.

 

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