“(23-25 Ottobre) I tre giorni di Pompei”, viaggio nel più grande dramma dell’antichità

Scritto da Alberto Angela nel 2014, il solo titolo ne denuncia con efficacia l’ambizioso progetto: non solo descrivere con estrema perizia la tragedia dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C, ma addirittura farlo stravolgendo la diffusa credenza per cui il dramma sarebbe avvenuto nell’Agosto dello stesso anno.

“La tesi autunnale” è avvalorata da alcuni eloquenti dettagli, come l’abbigliamento non certo estivo delle vittime, o un’epigrafe, rinvenuta negli scavi, raffigurante un trionfo celebrato dall’imperatore Tito il primo settembre del 79.

Facendo leva sulla grande capacità descrittiva che caratterizza ogni suo prodotto, anche televisivo, e su un’ottima preparazione in materia di vulcanologia, Angela non realizza solo un romanzo godibile e fluido nella lettura, ma sintetizza il tutto dando vita a un grande testo divulgativo, quasi fosse uno dei propri documentari.

La protagonista è Rectina, una ricca matrona, sotto il cui  sguardo mediterraneo scorre la storia, incentrata sulla “routine”, sugli interessi e gli affetti di personaggi reali e fittizi.

Inutile sottolineare l’immensa conoscenza storica di cui è pervaso questo libro, d’altronde il buon Alberto lo conosciamo tutti.

La grande flemma che caratterizza la prima parte del libro, quindi la descrizione del 23 e del 24 Ottobre, entra in violento contrasto con la drammaticità degli eventi di quel maledetto 25 .

Conoscere i fatti con maggiore accuratezza spinge a riflettere.

Spinge a riflettere sulla facilità con cui la natura si prende la vita di migliaia di persone, quindi sulla caducità dell’esistenza, su come tante ricchezze, faticosamente accumulate, diventino effimere davanti alla forza del creato, su come dovremmo ottimizzare il tempo che abbiamo a disposizione prodigandoci per il prossimo, non solo per il nostro tornaconto personale, su come faremmo bene a ringraziare il cielo per ogni secondo in più di vita.

Infine, è doveroso dedicare un pensiero a quei tanti sorrisi tragicamente spezzati e un  biasimo, quando ci vuole ci vuole, a quei turisti che non hanno remora a fotografare morbosamente quelle povere ossa esposte nelle teche e a sghignazzarvi davanti, quasi fossero morti di seconda categoria.

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