Il 4 giugno di 26 anni fa moriva Massimo Troisi, talento mondiale che senza Napoli non sarebbe esistito

Il 4 giugno di 26 anni fa moriva Massimo Troisi, talento mondiale che senza Napoli non sarebbe esistito

Il 4 giugno di 26 anni fa moriva Massimo Troisi, il Pulcinella senza maschera che senza Napoli non sarebbe esistito ma che a Napoli ha restituito la statura di una vera capitale mondiale.

Era il 1994 quando, appena 12 ore dopo la fine del suo film più ambizioso e impegnativo, “Il Postino”, Massimo scivolava dal sonno alla morte nella casa di sua sorella Annamaria, a Ostia, dove aveva trovato rifugio dopo le fatiche di un set che non avrebbe dovuto affrontare.

Alla vigilia del “Postino”, Troisi era tornato in America dal chirurgo De Beckey che già una volta l’aveva operato in gran segreto al cuore agli inizi della carriera. Sapeva di non poter affrontare il doppio sforzo dell’ideazione e dell’interpretazione, nonostante avesse lasciato la regia a Michael Radford per arrivare alla fine delle riprese, ma scelse di non risparmiarsi per avere l’opportunità di Philippe Noiret nel ruolo del poeta Neruda.

Nato il 19 febbraio del 1953 a San Giorgio a Cremano da un macchinista ferroviere e da una casalinga, Massimo Troisi decise di far onore al suo nome e di combattere contro un destino difficile, acuito fin dalla giovinezza da dolorose febbre reumatiche che produssero lo scompenso cardiaco alla valvola mitralica che gli sarebbe stato fatale ad appena 41 anni.

Talento irripetibile che il pubblico avrebbe amato fin dall’esordio con “Ricomincio da tre” (1981), Massimo si era formato sulle tavole del palcoscenico, istintivo erede di Eduardo e di una napoletanita’ irridente e dolente che avrebbe traghettato in un diverso sentire, quella della “nuova Napoli” di Pino Daniele e di Roberto De Simone.

Col gruppo “I Saraceni” e poi con gli inossidabili amici de “La Smorfia” (Lello Arena ed Enzo Decaro) uscì presto dai confini del successo paesano per portare la sua lingua sulle reti televisive nazionali e poi al cinema.

E così com’era accaduto a Eduardo e a Totò, quella parlata divenne comprensibile a tutti oltre le parole, sinonimo di un sentire universale in cui la maschera diventava volto e il personaggio un paradigma universale.

Erano gli albori di quegli anni ’80 che portavano alla ribalta insieme a lui la generazione dei Moretti e dei Benigni, ma fu proprio col toscanaccio Roberto che Troisi trovo’ un’empatia istintiva, festeggiata dal pubblico col clamoroso successo di “Non ci resta che piangere” (1984)

La critica aveva amato di più l’opera seconda del regista Troisi (“Scusate il ritardo”, 1983), salvo poi tributargli grandi encomi postumi dopo le quattro nominations de “Il Postino” che nel 1996 fruttarono al film l’Oscar per la colonna sonora di Luis Bacalov.
Fu invece un collega, Ettore Scola, a intuire le potenzialità di un attore/autore assolutamente unico fino a farne l’anima del suo appassionato “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990) in cui vestiva la maschera di Pulcinella e a dargli l’opportunità di dialogare sul set con un maestro come Marcello Mastroianni.

Ne uscì una coppia di film assolutamente unici come “Che ora è?” e “Splendor” (nel 1989) e per il primo Massimo ebbe la Coppa Volpi alla mostra di Venezia.

A Troisi i premi (dai David ai Nastri d’argento) non mancavano ma proprio il successo planetario de “Il Postino” dice quanta strada avesse ancora davanti il ragazzo di San Giorgio a Cremano, rassegnato ad andare incontro al suo destino, alla morte con la quale spesso ci aveva fatto dell’ironia tratteggiando personaggi che scompaiono prematuramente (“no, grazie il caffè mi rende nervoso”) e perfino intitolando il suo film Tv “Morto Troisi…viva Troisi” (1982).