500 anni fa moriva Raffaello Sanzio, uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano

Raffaello Sanzio, Autoritratto con amico (1518 circa), Louvre, Parigi
Raffaello Sanzio, Autoritratto con amico, particolare (1518 circa), Louvre, Parigi

Morì a soli 37 anni; il 6 aprile 1520, giorno del suo compleanno. Era la notte del venerdì santo. Sono trascorsi cinquecento anni, ma la sua grandezza rimane immutata, insieme alla grazia delle sue opere. Lui è Raffaello Sanzio, considerato, insieme a Leonardo e Michelangelo, uno dei più grandi artisti del Rinascimento italiano. Suo padre, Giovanni Santi (da cui deriverà il cognome “Sanzio”) era un noto artista, proprietario di una fiorente bottega ad Urbino, importante centro artistico dell’epoca. Tuttavia, Raffaello rimase presto orfano, perché perse il padre all’età di 11 anni. Il dolore, però, lo aveva già conosciuto prima, a soli otto anni, con la scomparsa della madre.

L’apprendistato del giovane Raffaello avvenne a Perugia, nella bottega di Pietro Vannucci, detto “Il Perugino”, uno dei più noti artisti del XVI secolo. Il giovane artista dimostrò un talento precoce al punto che, ancora diciottenne, ebbe commissioni di opere dai più importanti signori umbri. È negli anni perugini che strinse amicizia con il Pinturicchio, all’epoca già un artista affermato.

A ventuno anni,  decise di trasferirsi a Firenze, affascinato da quanto si diceva sulle opere di due artisti molto noti della città toscana: Leonardo e Michelangelo. Risale a questo periodo la serie delle Madonne col Bambino, uno dei soggetti particolarmente cari a Raffaello (secondo alcuni, per via della tragica scomparsa della madre quando era ancora piccolo). Solo per citarne alcune: Madonna del cardellino (1505-6) e Madonna Sistina (1513-14); fra le più note, amate e riprodotte della storia dell’arte.

Raffaello Madonna Sistina
Madonna Sistina

Appena venticinquenne, trovò la sua consacrazione, con la chiamata a Roma di papa Giulio II, che gli chiese di affrescare le Stanze papali. Nella sua bottega, a Roma, lavoravano non solo giovani apprendisti ma anche artisti affermati. Raffaello fu anche un importante architetto: dal 1514, infatti, lavorò al progetto della Basilica di San Pietro in Vaticano (cantiere al quale, dal 1546, si dedicò anche Michelangelo).

Sono tantissimi i capolavori che Raffaello ci permette di ammirare ancora oggi. A cinquecento anni dalla sua morte, non si poteva che dedicare l’anno 2020 al celebre artista, con celebrazioni a livello mondiale.

La mostra che, senza dubbio, rappresenta il non plus ultra di quest’importante ricorrenza è l’esposizione intitolata semplicemente RAFFAELLO, inaugurata il 5 marzo scorso, alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Una grande mostra monografica, con oltre duecento capolavori tra dipinti, disegni ed opere di confronto. Realizzata dalle Scuderie del Quirinale in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, l’esposizione è curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro.

In occasione della mostra, è stato raccolto un vastissimo corpus di opere di mano di Raffaello: oltre 100, tra dipinti e disegni, per una raccolta di creazioni dell’urbinate mai viste al mondo in così gran numero tutte insieme.

L’esposizione, che trova ispirazione, in particolare, nel fondamentale periodo romano di Raffaello, racconta in maniera dettagliata tutto il complesso e articolato percorso creativo. Ne fanno parte creazioni amatissime e celebri in tutto il mondo, quali, solo per fare alcuni esempi, la Madonna del Granduca delle Gallerie degli Uffizi, la Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna, la Madonna Alba dalla National Gallery di Washington, il Ritratto di Baldassarre Castiglione, la Madonna della Rosa dal Prado, la celebre Velata dagli Uffizi.

Quando Raffaello morì, nel 1520, fu Pietro Bembo, grandissimo amico di Raffaello, a comporre l’epitaffio, poi inciso sulla tomba al Pantheon a Roma: “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.

Così definisce Eugene Muntz l’opera di Raffaello, in Raphael, sa vie, son oeuvre et son temps, del 1881: “Nella sua pittura c’è dell’altro, oltre alla bellezza dei contorni, definiti divini, alla magia del colore: dovunque splendono una tenerezza squisita, una fede serena e profonda nell’umanità, l’amore per ciò che è puro, grande e nobile… Orbene, in mezzo alla corruzione generale, Raffaello conserva una serenità che non si è mai smentita; egli crede al bene, al bello e si sforza di render partecipi delle proprie convinzioni i contemporanei, per i quali le sue opere sono come un incitamento immanente alla virtù. Che contrasto! Da un lato tutti i vizi, dall’altro la glorificazione di quanto è nobile nell’uomo: giustizia, libertà, scienza. Raffaello, che in ciò appare degno discepolo della Grecia, si libra al di sopra degli interessi e delle passioni contingenti, domina la tempesta e costruisce, sullo scoglio di cui parla Lucrezio, questa libera dimora che i flutti non potranno raggiungere e nella quale l’umanità trova un rifugio eterno“.

Tali parole sembrano rappresentare il tempo che stiamo vivendo, soprattutto la situazione di emergenza causata dal Covid-19, che ci ha catapultato, in pochissime settimane, in un clima di paura e tristezza. Sembra vogliano sottolineare una cosa fondamentale: la necessità di conservare la serenità, anche in mezzo a ciò che cerca di imbruttire, corrompere e annientare. E allora, per vivere in modo un pò più sereno la realtà che ci circonda, abbiamo un bisogno vitale di nutrirci di bellezza; come quella delle opere di Raffaello, che speriamo di poter ammirare nuovamente, molto presto, dal vivo.