“Per amore del mio popolo”. Don Peppe Diana, un eroe del nostro tempo

Sarebbe inutile parlare della vita di Don Diana, la conosciamo tutti.
Sarebbe inutile parlare delle circostanze che hanno portato alla sua morte, conosciamo tutti anche quelle. Rispolverare un pò il suo messaggio, invece, quello si, sarebbe davvero utile.

Tutto sommato, però, occorrerebbe fare un’ulteriore premessa: Don Giuseppe Diana è un eroe di tutti i giorni, e come tale, va ricordato sempre, non certo solo in occasione dell’anniversario della sua morte.

Diffuso nel Natale del 1991, “Per amore del mio popolo” è un manifesto di pace, di fratellanza, uno sprazzo di luce in quel periodo buio, dove il clan dei casalesi imperversava e fioriva in tutto il territorio.
Si tratta di un documento vibrante, temerario, che non si pone alcun limite nell’attaccare i responsabili del male che dominava nella Casal di Principe di quegli anni.
Dopo una parentesi circa la preoccupazione generata dall’accrescersi del potere criminale, Don Diana fa un’accurata, se non scientifica, disamina delle dinamiche che hanno portato all’ingrandirsi della camorra stessa.

Don Giuseppe non ha peli sulla lingua.
Esordisce dicendo che uno dei principali flagelli che hanno portato al dominio della malavita è quella mentalità statalista che, ahinoi, ci contraddistingue.
L’essere “un’area sussidiata” non ha fatto altro che scoraggiare le attività locali, già sufficientemente mortificate da una parassitaria burocrazia.
La mancanza di industria, lavoro, oltre che desolare ulteriormente il territorio, ha creato i presupposti per lo sviluppo della camorra.

Ma la piaga principale, però, è un’altra: la droga.
Facendo leva sull’incapacità delle autorità locali, il traffico di stupefacenti prospera e coinvolge, sia come vittime che come carnefici, enormi “schiere di emarginati”, bruciando l’esistenza di migliaia di persone, in particolare adolescenti, che vedono in quella pasticca, o in quella polvere bianca, un attimo di fuga dalla cupa realtà.

Successivamente, il parroco di Casal di Principe approfondisce il discorso iniziato precedentemente mettendo un accento sulla grande sfiducia da parte dei cittadini nei confronti delle evanescenti autorità locali, un altro fattore che ha favorito l’avvicinamento della popolazione alla criminalità organizzata.

Quello che fa ancora più paura, però, è l’ingerenza da parte della camorra negli organi legali, tanto che Don Giuseppe arriva a parlare della criminalità organizzata come “uno stato parallelo”.

Il coraggioso prete non risparmia critiche neanche alle comunità religiose che, anzichè impegnarsi a far risorgere questa terra, preferiscono non esporsi risultando “poco credibili”.

Il tema più importante, però, è senza dubbio quello affrontato per ultimo: essere profeti.
Che vuol dire essere profeti? Così scriveva Don Diana:

  • Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
  • Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
  • Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
  • Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5).

Don Giuseppe, citando questi passi dell’antico testamento, lancia un chiaro messaggio: seguendo l’insegnamento religioso si può giungere a compiere quel disegno di pace, e di legalità, che porterà alla redenzione di questa terra così martoriata dai peccati della prevaricazione e dell’indifferenza.
Essere profeti significa farsi garante, nel proprio piccolo, della giustizia, avere una coscienza morale che ci porti a discernere il giusto e l’ingiusto e, soprattutto, fare della propria vita un esempio di rettitudine.

“Per amore del mio popolo” si conclude con uno struggente appello definito non come una conclusione, bensì come un nuovo inizio.
Don Diana auspica che l’insegnamento divino non vada perduto e dice “Cantava Rino Gaetano: Può nascere un fiore nel nostro giardino“, ebbene, sia quello piantato da Don Giuseppe Diana il fiore che deve nascere in questo nostro Eden, maltrattato come fosse la più desolata delle lande.