Anarchia teatrale

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Quando si parla d’arte e d’artisti, è bene ignorare sistemi, teorie, dottrine. In arte non esistono idee generali, ma fatti particolari; l’arte si risolve tutta nel caso per caso, nell’esperienza, e la sua assolutezza si manifesta in una perpetua creazione di concreti mondi poetici, ben chiusi in se stessi.

E’ questa una piccola verità bonaria che, nella polemica quotidiana, non impedisce il “gioco” delle divertenti contraddizioni. Il piacere del teatro giacché qui parliamo di teatro è acuito, con una punta d’ironia, dalle inconciliabili e perentorie sentenze contrastanti e stridenti, proposte con fanatico dogmatismo: raccolta di luoghi comuni che si escludono vicendevolmente, e pur coesistono nella vanità delle chiacchiere inutili.

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Il testo, ha una sua realtà inconfondibile, un linguaggio preciso, storicamente accertato, e tale che adempie ed esaurisce in se stesso tutta la fantasia dell’autore. Antonio e Cleopatra, Giulio Cesare, Re Lear, sono soprattutto opere elisabettiane; formulate, espresse con le parole selvagge e delicatamente rinascimentali che sono l’inimitabile tesoro di Shakespeare.

Ma allora, la tradizione comica, le inflessioni, gli atteggiamenti, i caratteri, i soggetti, le trovate che i secoli ci hanno trasmesso che cosa sono? Fradice convenzioni, falsità retoriche, istrionismi negatori della vita e della verità. Non sappiamo più a chi dar retta. Ma i problemi al teatro non contano, ciò che conta è il divertimento.

Lo scrittore deve farsi leggere, l’attore deve farsi ascoltare. Sdegno e desolazione, se così fosse, tutto si svuoterebbe, il teatro diventerebbe un fatuo giocherello. Meglio il giocherello, in ogni modo, che la sala vuota. A che serve il teatro se non è sublime? Se non è la manifestazione di una civiltà ritrovata, edonistica? Poveri noi, come ce la caveremo? Tutto vero, tutto falso.

Altri, più bravi, spiegheranno il perché di questa perenne confusione; noi andremo ancora una volta a teatro, a patire con i personaggi, a godere delle loro avventure, dei caratteri, dei casi curiosi, di un linguaggio affabile e strambo, a partecipare a una letizia ingenua, a un’irrealtà festosa, a cogliere quel fiore di civiltà che è un autentico spettacolo teatrale. E ci affideremo all’istinto, paghi della lieve e lievitante esaltazione scenica, che illude e incanta. Perché questo è forse l’unico modo, gentile e umano, di assistere a uno spettacolo teatrale.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta