Anche online è violenza sessuale. Ecco cosa dice la legge italiana

Anche online è violenza sessuale. Ecco cosa dice la legge
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Il ricatto in chat per procurarsi libido è reato. La Cassazione: non è necessario il contatto fisico

Una recente sentenza della Cassazione si è pronunciata su un reato consumato in una chat di revenge porn. Per i giudici va condannato per violenza sessuale consumata chi, anche online, ricatta qualcuno per ottenere immagini di autoerotismo.

Insomma, non è sempre necessario il contatto fisico. E così ha statuito la terza Sezione penale del Palazzaccio, che ha confermato la condanna di un uomo a un anno e quattro mesi di reclusione. Ma serve capire di più su questa decisione che ha trovato ampissimo consenso tra i magistrati.

Violenza sessuale: requisito del reato è il costringimento del soggetto passivo

Carente la difesa dell’imputato che con ricorso per Cassazione ripropone le stesse ragioni formulate nel giudizio d’Appello. Infatti, dopo la sentenza di condanna nel giudizio abbreviato per aver commesso i reati di violenza sessuale e diffusione di immagini indebitamente ottenute, attinenti alla vita privata e intima, l’imputato ha tentato il secondo grado. Però anche la Corte di Appello di Palermo è d’accordo col giudice di prime cure: è consumato il reato previsto all’art. 609bis del codice penale.

Bruno-Cristillo-Fotografo
Terrazza Leuciana
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Tentando l’ultimo grado, anche gli Ermellini hanno dato ragione ai giudici di merito. Ebbene, aver ricattato su Facebook una ragazza per ottenere immagini mentre si masturba è certamente un reato di violenza sessuale.

I tentativi della difesa di smontare l’impianto accusatorio non hanno funzionato. Sostenere che la violenza sessuale non si consumi senza il contatto fisico è apparso irragionevole per la Corte.

Dal consenso nel revenge porn alla violenza sessuale

Non ha giovato alla difesa sostenere che le immagini intime rappresentative la vittima in nudo – e che lei ha spontaneamente autoprodotto  e trasmesse – fossero una conseguenza, quasi scontata, del tenore della “conversazione hot”.

In verità, come dimostrato dall’accusa, il rapporto consenziente poteva dirsi avvenuto solo all’inizio della conversazione, poiché l’imputato ha successivamente costretto la vittima ad inviare le successive immagini. La spontaneità del gesto si è perciò persa dal momento in cui l’invio è avvenuto per il timore delle minacce di morte e di diffusione delle fotografie.

La Cassazione, pertanto, ha chiarito che il dato normativo contenuto nell’art. 609bis Cod. pen. è di portata talmente ampia da far rientrare anche la fattispecie in cui sia la vittima stessa a procurarsi atti di libidine sotto l’azione della violenza.

Cosicché, il far uso della comunicazione a distanza per costringere una persona a compiere qualsiasi atto di natura sessuale, anche se escludente il contatto fisico, è una fattispecie integrata dalla legge. È perciò definitiva la condanna alla reclusione senza sconti.