“Bello di Papà” di Giuseppe Marotta

Isa Daniele e Pasquale Martino
Isa Daniele e Pasquale Martino

Il 22 ottobre del 1957 al Teatro Manzoni di Milano andò in scena la commedia “Bello di Papà” di Giuseppe Marotta e Belisario Randone. La Compagnia era di Nino Taranto. La regia di Mario Ferrero. Gli interpreti principali furono: Nino Taranto, Isa Daniele, Pasquale Martino, Pasquale Fiorante, Lello Grotta e altri.

Una commedia (tra l’altro, in una battuta del personaggio Emanuele viene citata anche la Reggia di Caserta) dove le  scene si alternano con altre troppo abili. Si può dire che sia un monologo pieno di estro e di fantasia interrotto ogni tanto dall’intervento di altre voci. Mi sembra proprio che il valore e il limite di Bello di papà stia in quell’unico personaggio che produce, che si afferma, domina e distrugge la commedia.

Il nobile Gondrano (Nino Taranto), è un personaggio singolarissimo da prendere o lasciare così com’è. Non bisogna analizzarlo, chiedergli quello che probabilmente non vuole dare; esigere da lui delle ragioni più evidenti a giustificazione del suo comportamento.

Non sappiamo come sia nata e da dove arrivi la sua infatuazione per il figlio, il suo amore esclusivo e soffocante che lo fa diventare un egoista tormentato dal dolore. Non possiamo mai dargli ragione, ma siamo sempre con lui perché sentiamo che sul piano umano, espresso in comicità, in fantasia, in pateticità, in commozione, egli si consegna totalmente alle parole che pronuncia. Parole che alle volte sembrano rivolte alle ombre o al nulla, ma che dalla sua parte ricevono quasi sempre il passaporto dell’autenticità.

Nino Taranto e Walter Festari
Nino Taranto e Walter Festari

Gondrano parla, e si può dire che nessuno gli risponde se non per permettergli di prendere fiato. E’ una sorta di delirio il suo, che esclude la logica ma che della poesia alle volte tocca l’assurdo e l’incoerenza. E’ chiaro che Gondrano non è un personaggio realistico e che i suoi sentimenti percorrano, secondo i modi tipicamente “marottiani”, la strada suggestiva e incontrollabile della solitudine. In ogni modo, al di là della validità drammatica di una commedia, a teatro possono succedere anche cose inspiegabili: Louis Jouvet asseriva questo paradosso “c’è un solo problema nel teatro, il problema del successo”.

Pertanto, se gli portavano una “pochade boulevardière”, di sicuro si sarebbe rifiutato di inscenarla anche nella certezza di tre o quattrocento rappresentazioni a teatro esaurito. E questo perché sicuramente avrebbe pensato di “diminuirsi artisticamente”. Oppure può succedere che quando a Stoccolma fu messo in scena “Il sogno” di Strindberg”, a mala pena si arrivò alla terza replica; poi invece quando questa pièce fu ripresa alcuni anni dopo, ebbe un tale successo che le rappresentazioni superarono le cento repliche consecutive.

Quando nel 1665 Molière allestì il suo “Don Giovanni”, riuscì a replicarlo solo per quindici volte, poi due secoli di silenzio; nel 1947 “Don Giovanni” non aveva raggiunto nemmeno la centesima replica; ma quando, l’anno dopo, Jouvet la produsse, fu un trionfo. E questo sicuramente non perché il pubblico sia diventato più sciocco o più intelligente, ma a volte attorno al teatro aleggia un’aria irrazionale, strana e misteriosa.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta