“Blackout Challenge”: la pericolosa sfida che non è una sfida. L’analisi dello Psicologo Elpidio Cecere

Blackout Challenge

Prima era Facebook, poi Twitter, passando per Instagram sino ad arrivare a Tik Tok. È sempre lo stesso meccanismo. Spopola un nuovo social accattivante che conquista i più “giovani”, ci si iscrive, si carica e si fa di tutto per aumentare i followers.

“Voglio diventare virale”, “voglio che gli altri mi conoscano”, potrebbero essere gli obiettivi che stanno alla base dell’incessante voglia di accettare delle sfide online. Sfide fino ad ora blande, semplici balletti, ripetuti dai diversi utenti, con un mix esplosivo di musiche e passi accattivanti che catturano l’attenzione e aumentano le visualizzazioni in maniera spesso inattesa.

È imprevedibile quanto un video possa divenire virale, salendo immediatamente in tendenza, è questa l’arma vincente di Tik Tok su cui i giovani, ma soprattutto i giovanissimi, hanno trovato la soluzione ad una vita forse troppo monotona che non viene più vissuta con i pari, ma visualizzata dagli stessi.

Le challenge a cui questo articolo fa riferimento non sono quelle di stampo goliardico, con sfumature di spensieratezza a cui siamo abituati; l’intento non è quello di demonizzare un social, ma di porre l’attenzione su particolari sfide pericolose come, ad esempio, la “Blackout Challenge”.

L’obiettivo di questa sfida, al contrario delle altre, è quello di provocarsi uno svenimento per qualche minuto. La perdita di ossigeno non permette più all’individuo di avere il controllo della situazione e l’esito della sfida può essere molto funesto, come è accaduto alla bambina di Palermo e al bambino di Bari.

Chi partecipa alla challenge?

L’utente è, per la stragrande maggioranza dei casi, un adolescente, di età compresa tra i 12 e i 18 anni, anche se i fatti di cronaca suggeriscono che a parteciparvi sono anche i giovanissimi, di età compresa tra i 9-10 anni.

Durante l’adolescenza vi è la continua ricerca della propria identità che passa attraverso la maturazione del corpo, la ricerca di sensazioni nuove e la percezione del controllo per mettere alla prova le proprie capacità e il proprio coraggio.

Il superamento della paura può essere percepito come avventuroso e psicologicamente gratificante. È naturale che osare contro una paura dà una sensazione di piacere e sazietà, soprattutto in caso di successo.

Il disagio è il diretto predecessore della messa in atto dei comportamenti eccessivi, legata inevitabilmente alla ricerca continua di appagamento. Il disagio che può assalire un adolescente riguarda quindi il modo di viversi, di sperimentarsi, ma soprattutto di riconoscersi e accettarsi quale individuo in costruzione (Bonino, S., Cattelino, E., & Ciairano, S. (2003). Adolescenti e rischio: comportamenti, funzioni e fattori di protezione (pp. 1-250). FirenzeItaly: Giunti.).

L’affermazione del sé passa anche attraverso la relazione con i coetanei che diventano di particolare rilevanza in questa tappa della vita.
“Come voglio che mi vedano gli altri?” Il gruppo è una fonte inesauribile di sperimentazioni. Il senso di appartenenza è la necessità di un adolescente, “sono felice solo se faccio parte di un gruppo e ne divento membro fondamentale”.

Il sentirsi accettato, essere il leader del gruppo e l’avere un’immagine positiva di sé agli occhi altrui diventa di vitale importanza (Rudolph Schaffer H., 1998) al punto di spingersi anche in situazione pericolose pur di ricevere approvazione.

Rimanere fuori dai principali temi di discussione dei propri coetanei, rimanda l’idea di essere sfigati, cimentarsi in sfide passate di moda risulta essere imbarazzante, invece, essere pronti alle nuove sfide rimanda l’idea di essere coraggiosi. I ragazzi potrebbero, quindi, considerare eroici dei comportamenti letali, credendosi invincibili.

Spesso la dimestichezza all’utilizzo dei social da parte dei nativi digitali della Generazione Z si accompagna ad un’immaturità delle capacità cognitive e valutative circa le conseguenze pericolose del gesto estremo.

Come Combattere il fenomeno?

Per mettere fine alla diffusione di queste sfide mortali, impazza nell’opinione pubblica l’idea del blocco immediato del social, nella fattispecie Tik Tok, in questo modo, però, si interverrebbe sul sintomo ma non sulla causa. Piuttosto, bisognerebbe interessarsi ai contenuti che i ragazzi visionano sui social per avere la possibilità di parlare apertamente delle sfide comprendendone la loro pericolosità.

Sensibilizzare ed informare i giovani e i giovanissimi è l’arma vincente per contrastare il fenomeno e spingere alla riflessione, focalizzandosi sugli aspetti positivi che il social stesso propone.

A cura di: dott.ssa Martina Antico; dott.ssa Chiara Castaldo; dott.ssa Giuseppina Angelino Daniele; con la supervisione dello Psicologo dott. Elpidio Cecere.