Il caldo di luglio nei versi di Camillo Sbarbaro

Il caldo di luglio nei versi di Camillo Sbarbaro

Luglio, il mese del caldo rovente, persone boccheggianti, granite che levano l’arsura. Eppure anche una stagione così può essere spunto di poesia, come quella di Camillo Sbarbaro.

Camillo Sbarbaro, il poeta che cantò l’uomo

Camillo Sbarbaro, ligure, nato nell’ameno borgo marinaro di S. Margherita nel 1888 e morto lì nel 1967, scrisse su riviste letterarie come la Voce, Lacerba e Riviera Ligure. Il suo lavoro di insegnante non spense la sua passione per muschi e licheni, tanto apprezzata a livello mondiale che i suoi erbari sono tutt’ora conservati negli Stati Uniti e non in Italia! Sbarbaro nella sua prima raccolta Resine, dove si sente di sottofondo la voce del Pascoli e dei Crepuscolari, descrive i paesaggi naturalistici più desolati della Liguria, specchio della propria solitudine.

Diverse edizioni, invece, ebbe Pianissimo, che da tutta la critica viene considerato il suo manifesto poetico, dove è presente il tema della solitudine, dell’incomunicabilità tra gli uomini e della Natura non più confortante e confortevole. Altre due sillogi: Trucioli, più volte edita, apprezzata dal Montale, che raccoglie anche poesie precedenti; Liquidazione del 1928.

Nei testi è evidente il malessere verso l’inettitudine e la malvagità dell’uomo, capace di ferire ed isolare gli altri. Solo con Rimanenze del 1955 c’è un leggero alito d’amore verso l’uomo ma non così forte da spazzar via le fragilità e l’arroganza che lo denotano. Con la piena maturità il discorso sulla vita si fa saggezza: Fuochi Fatui del 1958 vuole dare una sorta di riscatto del genere umano. Scrisse anche diverse opere in prosa.

Afa di luglio di Camillo Sbarbaro

Questo componimento fa parte della raccolta Resine. Ecco il testo:

Afa di luglio. Il canto che non varia

Afa di luglio. Il canto che non varia
delle cicale; il ciel tutto turchino;
intorno a me, nel gran prato supino,
due fili d’erba immobili nell’aria.

Un sopor dolce, una straordinaria
calma m’allenta i muscoli. Persino
dimentico di vivere. Mi chino
coi labbri ad una bocca immaginaria…

E sento come divenute enormi
le membra. Nel torpore che lo lega,
mi pare che il mio corpo si trasformi.

Forse in macigno. Rido. Poi mi butto
bocconi. Nell’immensa afa s’annega
con me la mia miseria, il mondo, tutto.

A livello metrico è un sonetto con schema ABBA nelle prime due strofe e nelle ultime due ABA. Diverse figure retoriche, l’allitterazione, la metafora, l’allegoria, l’iperbole, l’anastrofe, l’apocope, l’ellissi ed altre. Nella prima strofa ci sono tutti gli elementi naturali che denotano il mese trattato, l’afa, il monotono canto delle cicale, il cielo azzurro. Il poeta è disteso sull’erba ed osserva che anche due fili d’erba sono immobili. Tutto sembra fermo. Ed ecco che arriva la spossatezza mista a sonnolenza, il sopor dolce che pervade tutto il suo corpo.

La nota esistenzialista di arrendevolezza del proprio essere di abbandonarsi a questo stato d’essere si evince nel persino dimentico di vivere anche se l’irruenza dell’erotismo, uno dei tanti aspetti vitali dell’uomo, si denota nell’immaginare di baciare una bocca immaginaria; i tre punti sospensivi indicano la continuazione tacita del sogno. Un’altra sensazione lo pervade: gli sembra di crescere quasi che il suo corpo si trasforma in un macigno. Questa scena immaginifica, in cui assistiamo ad una sorta di metamorfosi, l’uomo che diventa forse macigno, indica l’incapacità del poeta di staccarsi dal mondo, dalla terra, dalla follia che lo circonda. Sorriso amaro che lo conduce rituffarsi nella concretezza terrena.

Ecco allora che l’afa diventa metafora, uno stato d’essere dove è possibile annegare, non solo lui ma tutto il mondo, immagine impattante che rimanda ad un’immagine tragica. Una poesia che mette in risalto il pensiero costante del rapporto uomo-altro, in un contesto dove la natura, come abbiamo detto, non aiuta bensì abbandona o crea altri problemi all’essere umano.