Il Camorfista, da criminale a criminologo: presentato a Caserta il libro scritto da Augusto La Torre

Ieri sera, presso l’Enoteca della Camera di Commercio di Caserta, si è tenuta la presentazione ufficiale in prima nazionale del libro “Il Camorfista”. Relatori il Procuratore Generale Emerito della Corte di Cassazione Raffaele Ceniccola, il Presidente della Camera Penale Romolo Vignola. E’ intervenuto anche l’Avv. Filippo Barbagiovanni Gasparo, legale dell’ex boss Augusto La Torre, autore del libro curato da Ferdinando Terlizzi. Ha moderato la scrittrice e giornalista Francesca Nardi.

Il Camorfista, da criminale a criminologo – come si legge nella presentazione della casa editrice Edizioni Eracle – è uno sconvolgente spaccato sulla camorra casertana scritto in prima persona dall’ex boss Augusto La Torre. L’Autore, dopo aver accennato all’evoluzione della camorra, all’egemonia dei clan criminali, ha coniato un neologismo: camorrista, ’ndranghetista e mafioso uguale a camorfista.

Narra poi, con dovizia di particolari, freddi ed agghiaccianti gli omicidi (oltre cinquanta) da lui commessi o ordinati ed in particolare svela i retroscena inediti dei delitti di Antonio Bardellino, Enzo De Falco, Mario Jovine, Alberto Beneduce, Enzo Avino, Antonio Nugnes e don Giuseppe Diana.

Dà conto poi della sua scelta collaborativa e della sua latitanza in Olanda; dell’organizzazione dell’attentato alla vita della giornalista Rosaria Capacchione e parla delle Lupare Bianche con una dura critica alla legge sulla collaborazione con la giustizia (L. 45/01) e del regime del 41 bis.

Ferdinando Terlizzi

Confuta, poi, con probante documentazione, quanto scritto nei suoi confronti, nei libri dallo psichiatra Corrado De Rosa e dallo scrittore Roberto Saviano. Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, lo ha definito: “un capo camorra che, per anni e anni, è stato incondizionatamente riconosciuto come tale, un vero re del crimine”.

Accenna alle vicende che lo hanno coinvolto con l’Armani della mozzarella, Giuseppe Mandara e stigmatizza alcune grossolane affermazioni del Buscetta Campano, Carmine Schiavone.

Durante la serata, molto interessante l’intervento della giornalista Francesca Nardi che, alla luce della sua lunga esperienza maturata sul campo, ha voluto dare il suo contributo è fornire un’utile chiave di lettura dell’opera letteraria.

Lo sforzo più grande nella mia vita di giornalista è stato abituare me stessa a non giudicare. E’ stato uno sforzo terribile, perché la prima cosa che noi facciamo è giudicare. Ed è forse la cosa più naturale, che noi facciamo mille volte al giorno e nemmeno ce ne accorgiamo. Quando si affrontano certi argomenti è difficile non giudicare ed è pericolosissimo giudicare, non solo, ed è anche automatico mettersi immediatamente sul palco. E continuare a giudicare. E non ci accorgeremo che ogni nostra azione sarà improntata al giudizio nei confronti degli altri. E non ci accorgeremo che impercettibilmente diventeremo odiosi. E quando saremo odiosi perché avremo distrutto tutto il bello della nostra condizione, saremo veramente sul palco perché è questo che il sistema vuole.

Ora dobbiamo decidere se siamo dentro o se siamo fuori. Io a dire la verità sto fuori e sto una bellezza. Ma per arrivare a stare una bellezza non è stato facile. E questo lo vorrei dire a tutti quei giovani giornalisti che non riescono a comprendere perché non anche loro sono bellezze. Perché sono fuori dal sistema e corrono il rischio di entrarci. Quindi io a loro voglio dire: meglio fuori perché quello che riesci a cogliere quando hai qualche anno in più è quello che ti aiuterà verso la fine della vita. Raccogliere significa anche non pentirsi di quello che si è stati.

Filippo Barbagiovanni Gasparo, Francesca Nardi, Raffaele Ceniccola, Romolo Vignola

Il camorrista è un libro particolare, come io credo che sia un personaggio particolare chi l’ha scritto. Ora se presentiamo questo libro nella veste di giudice è preferibile andarcene a casa perché questo libro non ha motivo di esistere, non ha motivo di essere, noi non abbiamo alcun motivo di essere qua. Se invece guardiamo questo libro come se l’avesse scritto una persona immaginaria probabilmente lo troveremo interessante.

Qualcuno ha detto: ma cosa può aver detto Augusto La Torre in più rispetto a quello che noi già conosciamo? Noi frequentiamo questo territorio da tanti anni ma lo conosciamo poco. Ma probabilmente quel poco ci potrà dare la chiave di lettura dei meccanismi che lo muovono. Perché quello che interessa a un giornalista, quello che interessa a me giornalista è una sola cosa: capire. Cercare di comprendere perché è avvenuto tutto quello che ha offerto spunto per 600 pagine di libro. Cercare di comprendere perché c’è stato un momento storico per cui in questa terra c’è stato un clan chiamato clan dei casalesi. Cercare di capire perché Casale è esistito e perché Casale si vuole che assolutamente continui ad esistere in una certa maniera nell’immaginario collettivo. Allora io credo che il primo compito di un giornalista, anche il più difficile, sia di cercare di conoscere. Ma purtroppo, quando qualcuno cerca di conoscere, sbatte contro chi non è disposto a non giudicare. Questo è il vero pericolo.

Augusto La Torre

Augusto La Torre è nato 56 anni fa a Mondragone (Caserta) ed è detenuto da oltre 27 anni. In carcere si è dedicato allo studio. Nel 2010 ha conseguito la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche e nel 2013 la laurea in Scienze Criminologiche per l’Investigazione e la Sicurezza.

Augusto La Torre

Dal 2011 collabora come volontario con l’Associazione Volontaria Penitenziario di Firenze con la rivista Spiragli prodotta dagli internati dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino (FI) e con la rivista L’Alba prodotta dai detenuti di Ivrea.

Nel 2016 ha conseguito il Master post laurea in Criminologia Critica. Attualmente è iscritto a Corso di Laurea in Sociologia Giuridica, della devianza e del Mutamento Sociale. Pratica Yoga da 18 anni, ama scrivere poesie e dipingere.