

Domenica 13 settembre, alle 18:45, davanti al Monumento al Placito capuano, va in scena “Il piccolo geco dal collo spezzato e l’Amore”: una lezione-spettacolo itinerante tra poesia, filosofia, teatro e memoria. Ingresso libero e gratuito.
C’è un piccolo geco morto al centro del nuovo anno accademico dell’Accademia Palasciania. E c’è, intorno a quella piccola vita spezzata, un intero programma di scienza, filosofia, poesia, gioco e “umana armonia”. Perché è proprio questo il paradosso – dolce e un po’ sovversivo – su cui si regge la creatura fondata sul finire del Novecento dal filosofo e artista totale Marco Palasciano: l’Accademia meno accademica del mondo inaugura il suo XXIX anno accademico, o meglio il suo “anno antiaccademico”, con una lezione-spettacolo che si annuncia come la più commovente e, insieme, la più intellettualmente stimolante del XVIII festival-laboratorio palascianiano.


L’appuntamento è per le ore 18:45 di domenica 13 settembre a Capua, davanti alla chiesa di San Salvatore a Corte, in via Principi Longobardi 19. Il punto di ritrovo è preciso e simbolico: presso il Monumento al Placito capuano, definito dallo stesso Palasciano “quasi omphalos mundi”, ombelico del mondo. Da lì prenderà il via la puntata numero 11 del percorso «Ama, conosci, parla. Un percorso caleidoscosmico con Marco Palasciano tra racconti meravigliosi, educazione filosofica e giochi teatrali». Partecipazione libera e gratuita, come sempre.
Un titolo che è già un programma
Il titolo della puntata è un piccolo manifesto in due tempi: un pentàmetro anfibrachico per evocare l’antico, quattro endecasillabi per evocare il moderno. La titolazione completa recita: «Il piccolo geco dal collo spezzato e l’Amore. / Che cos’è la poesia? Come può sciogliersi / in un bacio ogni gelo di vendetta? / E come può il ricordo di un abbraccio / mutare il corso delle scienze umane?».
Quattro domande che spaziano dalla definizione stessa della poesia alla possibilità che un gesto d’amore – un bacio – sciolga il gelo della vendetta, fino a un’interrogazione radicale sul sapere: può la memoria di un abbraccio cambiare il corso delle scienze umane? È la cifra di un incontro che non separa mai il pensiero dall’emozione, la riflessione dalla narrazione, l’aula dalla strada.
Due tempi, un solo movimento: dalla Sapienza all’Amore
La struttura della lezione-spettacolo si articola in due parti distinte ma complementari. La prima, intitolata «Triumphum Sapientiae», si svolgerà in forma itinerante per le vie intorno alla chiesa longobarda. Un percorso a piedi che trasforma il quartiere in aula diffusa, dove non mancheranno accenni a Giuseppe Centore e Laura Nobile: due figure accomunate dall’essere morte il 13 settembre e dall’essere nate poeti. Un dettaglio che carica la data scelta per l’inaugurazione di un significato ulteriore, tra commemorazione e celebrazione della parola poetica.
Al ritorno, la seconda parte – «Triumphum Amoris» – si terrà all’interno della chiesa di San Salvatore a Corte. Qui il programma prevede una sessione di laboratorio teatrale ispirata alle ultime due scene della fiaba di Turandot, che ha filigranato di sé ogni puntata del festival, in particolare dal 25 aprile, centenario della prima rappresentazione dell’opera pucciniana. A seguire, un dibattito conclusivo durante il quale ciascuna delle persone presenti potrà suggerire idee per la puntata numero 12: un meccanismo di partecipazione aperta che è da sempre il marchio di fabbrica dell’Accademia.
Non serve essere “preparati”: la filosofia come esperienza condivisa
Uno degli aspetti più caratteristici dell’iniziativa è l’accessibilità. Per partecipare non è necessario aver seguito le puntate precedenti: ogni incontro è concepito come autonomo, un’unità compiuta che non richiede prerequisiti. Il calendario completo del festival-laboratorio è consultabile nel blog dell’Accademia, ma la singola serata basta a sé stessa. E non finisce con il dibattito: per chi vorrà restare, l’incontro proseguirà in forma di cena in pizzeria, eventualmente condita da ulteriori dialoghi filosofici, con lo scolarca Marco Palasciano che si trasforma in simposiarca. Un passaggio di ruolo che la dice lunga sullo spirito dell’operazione: la filosofia non come sapere separato, ma come pratica conviviale, come arte del conversare, come esercizio quotidiano di umanità.
Un piccolo geco, una grande domanda
Resta il mistero – o forse la rivelazione – di quel titolo. Un piccolo geco dal collo spezzato e l’Amore. Una creatura minima, fragile, quasi invisibile, assunta a emblema di una riflessione che tocca la poesia, la vendetta, il ricordo, il destino delle scienze umane. È il tipico gesto palascianiano: partire dal dettaglio più umile e trascurabile per arrivare alle domande più grandi. Perché se un geco morto può diventare il centro di una lezione sull’amore, allora forse – sembra suggerire l’Accademia – nessuna vita è troppo piccola per essere pensata, e nessun pensiero è troppo grande per essere condiviso con chiunque voglia sedersi ad ascoltare.





































