Capua: il segreto di Fabio Pisano? Le sue “notti infinite” passate a studiare

Intervista al giovane drammaturgo autore della pièce “Celeste” in scena al Ricciardi venerdì 24 gennaio 2020

Fabio Pisano con Ferdinando Troiano
Fabio Pisano (a sinistra) con Ferdinando Troiano

Grazie a Ferdinando Troiano, direttore artistico della rassegna “Venerdì…fra storia e letteratura” (una bella opportunità aggiuntiva promossa dal Ricciardi fra vari accattivanti canali paralleli), abbiamo potuto incontrare il drammaturgo Fabio Pisano, autore e regista della pièce “Celeste” che va in scena il 24 gennaio al Teatro Ricciardi.

L’occasione è venuta dall’intensa lezione-dialogo che egli ha tenuto agli allievi dell’Accademia del “salotto capuano” che propone vari corsi di recitazione, dizione e canto.

Moltissimi gli argomenti in discussione: dal valore inestimabile della lettura dei classici al prezioso esercizio di cimentarsi con gli adattamenti, dalla peculiarità della drammaturgia all’intima complessità di ogni personaggio caratterizzato dall’autore e affidato all’originale talento dell’attore che lo interpreta. A conclusione del dibattito, la nostra breve intervista.

Fabio Pisano, nato a Napoli 34 anni fa, vincitore nel 2019 del Premio Hystrio Scritture di Scena col testo Hospes, -ĭtis “per l’originalità e la visionarietà con cui affronta il tema del rapporto tra vita e morte”, cultore della vecchiaia come stagione cruciale e fertilissima. Anzitutto gli abbiamo chiesto: -Quali sono, a livello mondiale,  i “maestri” di suo fondamentale e irrinunciabile riferimento? “Racchiudo tutto nell’antica Grecia, culla della civiltà”. -Non le pare una visione tenacemente eurocentrica, sia alla luce della storia che dell’attualità? “Per alcuni aspetti lo è. Considero la Grecia un esempio a sé che ha fatto e continua a fare lezione al mondo. Ciò non esclude che l’Europa dovrebbe aprirsi ad altre culture e, ad esempio, rispolverare, con grande rispetto e devozione, anche gl’insegnamenti del teatro orientale, in particolare del Kabuki giapponese, del teatro No”. -E lei a chi guarda fra le eccellenze italiane? “Certamente a Goldoni che è stato un grande drammaturgo e forse il primo grande capocomico. Fra gli autori del ‘900, De Filippo, Viviani e Pirandello sono indubbiamente tre imprescindibili pilastri. Ma io ripropongo pure Jacques Fersen, Ugo Betti, cioè maestri che hanno lavorato come ‘artigiani’: più che imporre se stessi, hanno interpretato l’Italia. Sarebbe importante riscoprire il loro lavoro”. –

Come giudica il teatro di puro divertimento? “E’ un genere, rispettabilissimo se rientra nei canoni della commedia e della farsa. Molto dipende dalla ‘forma’ con cui lo si offre. Credo che sia tutta questione di genere e di ‘tensione verso’. In ogni caso ci deve essere sempre l’onestà intellettuale del racconto”. –Cosa dà la vita al teatro e il teatro che offre allo spettatore? “La vita al teatro pone delle domande e il teatro allo spettatore propone esempi”.   -Se dovesse riscrivere ‘Celeste’ cosa cambierebbe? “Nulla. A dire il vero, gli spunti per cambiare sarebbero tantissimi: infatti, già il giorno dopo si mette a fuoco qualcosa che magari il giorno prima non si conosceva o non si aveva dentro. Allora probabilmente lo cambierei tutto. Ecco la ragione per cui in minima parte non toccherei il testo originale”. -Una sua nuova scrittura in germoglio? “Sì, adesso sto completando un lavoro che si chiama ‘The day nil’, ‘Un giorno qualsiasi’, che trae ispirazione dalla vicenda del ragazzo che, nel Texas in agosto, entrò in un supermercato, cominciando a sparare all’impazzata. E’ un dialogo fra lui e Ferdinando II d’Asburgo, uno degli artefici della Guerra dei Trent’Anni. I due non hanno nulla in comune, se non responsabilità molto grosse sulle loro spalle. S’incontrano per caso ed iniziano a parlare”.

Può mettere a confronto attori italiani in auge negli anni ’60-’70 e la schiera di questo periodo? “Sono convinto che in realtà non sia cambiato niente. Osservo soltanto che oggi sono più rari. Si sta un po’ perdendo il rigore di allora. Infatti non è lo stile con cui si recita che fa l’attore, ma il rigore”. -Che considerazione ha del pubblico, in termini di fruizione delle sue opere, e quali profili dovrebbero avere gli spettatori? “Per me il pubblico è la ‘parte sacra’ del Teatro, perché è complice. Altrimenti non esisterebbe il motivo per rappresentare. Non mi sento proprio in grado di poter prescindere dal pubblico che comunque deve avere la predisposizione e il suo compito da svolgere. Talvolta in teatro si vede gente stanca o qualcuno che addirittura s’appìsola, ma io non riconosco colpe. E’ la società che si trasforma molto velocemente e noi siamo sempre gli stessi: subiamo il cambiamento, la rapidità. Invece bisognerebbe ritrovare la bellezza, il senso dell’attesa, la prossimità: da tutto questo derivano l’informarsi, l’emozionarsi, l’andare oltre la sinossi scritta sul foglietto, la ricerca del motivo profondo alla base dello spettacolo che si sta per vedere”. -Non si arriva a caso ai suoi livelli di certezze e di flessibilità. Può rivelare il suo segreto e il sacrificio di ogni giorno? “Il segreto e il sacrificio coincidono nelle infinite notti che passo a studiare. In realtà non si tratta di un vero sacrificio, perché penso che lo studio sia una ricchezza enorme. La possibilità di lèggere, di apprendere, di aprirsi assiduamente alla conoscenza vale molto di più di quell’ora sottratta al sonno”.

Indimenticabili quelle “infinite notti” (peraltro perfettamente in linea con altre puntualizzazioni espresse dal drammaturgo napoletano), ad ennesima conferma di quanta “dolce fatica” v’è dietro l’impegno creativo, di quanto sia inevitabile che a monte della scrittura non possano mancare la lettura e la continua ricerca, di quanto un vero maestro prima d’esser tale debba sentirsi sempre umilmente discepolo della vita e dei grandi spiriti dell’umanità.

 

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