Carlo Vanvitelli: un artista sottovalutato?

Carlo Vanvitelli

Quando si sente il cognome Vanvitelli il pensiero va inevitabilmente a Luigi e difficilmente ci si ricorda di Carlo, il figlio primogenito. Ma, ad oggi, qual è la valutazione che possiamo dare del suo operato? Fu un grande artista, il cui unico peccato fu quello di essere figlio di un padre troppo grande? O non fu all’altezza del proprio cognome?

Andiamo per gradi.

Carlo Vanvitelli nacque a Roma nel 1739 e morì a Napoli nel 1821; cominciò la propria formazione lavorando con il padre alla Reggia di Caserta, dei cui cantieri ottenne la direzione nel 1773, all’indomani della morte di Luigi. Fu in un primo momento trascurato (forse accusato di essere favorito dal proprio cognome) dai contemporanei che si limitarono a definirlo un ottimo tecnico, come fa il Milizia, il quale, lo cataloga così: degnissimo figlio, professore anch’egli di architettura.

Come riporta Ornella Cirillo in Carlo Vanvitelli, architettura e città nella seconda metà del settecento, i primi a dare il giusto risalto all’opera di Carlo furono Luigi Vanvitelli jr, nella biografia del nonno (1823), Vittorio Spinazzola e Benedetto Croce, quest’ultimo autore di un saggio sulla villa di Chiaia (1892) in cui offrì all’attenzione del pubblico il nome dell’artista.

Il metodico approccio di Carlo al proprio lavoro è testimoniato dai suoi rilievi dell’anfiteatro di Capua (1765) e dell’Arco di Traiano a Benevento (1766), i quali gli furono utili non solo a scopi conoscitivi ma anche pratici, in quanto fonte di ispirazione per i propri lavori.  Nel periodo di transizione fra rococò e neoclassicismo (senza contare la recente scoperta delle vestigia di Pompei ed Ercolano) l’arte classica rappresentava tangibile modello di perfezione formale cui attingere. Scrive Ornella Cirillo che furono questi studi a spingerlo a restaurare il mausoleo della conocchia a Curti (in provincia di Caserta), monumento di fattura romana risalente al II°secolo d.C.

Carlo, inoltre, riprese i progetti paterni riguardanti i collegamenti fra la città nuova, cioè quella che si era formata intorno al cantiere della Reggia di Caserta, ed il circondario. L’architetto trasse spunto dagli impianti stradali delle principali città europee, come Berlino, Potsdam o dal mall del St.Jame’s Park di Londra (non dimentichiamo di essere nel periodo del grand tour, in cui la diffusione di riviste ed informazioni compensava le difficoltà di viaggio).

Il progetto consisteva nella costruzione di cinque grandi stradoni che collegassero Palazzo reale ai borghi di Recale, Marcianise, Capua, Caserta vecchia, San Benedetto ed alla capitale, Napoli. L’ambizioso disegno, tuttavia, non ebbe che un riscontro marginale nella realtà, specialmente per ragioni economiche.

L’attività del Nostro non si limitò a Caserta, ma operò costantemente anche nella città partenopea. In un precedente lavoro abbiamo trattato del Palazzo Doria d’Angri, una delle più riuscite realizzazioni vanvitelliane a Napoli; non fu l’unica:  Carlo lavorò alla costruzione della Villa Reale (oggi villa comunale) che fu definita nel 1841 da Alexandre Dumas padre la più bella e soprattutto più aristocratica passeggiata del mondo, al completamento del Palazzo Berio (sito in via Toledo), al restauro del Palazzo del Cardinale Zapata (in Piazza Trieste e Trento), al rifacimento della Chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini (in via Portamedina) e del complesso ospedaliero ad essa collegato. Queste ultime due strutture furono edificate nella seconda metà del ‘500 dal Duca Fabrizio Pignatelli, a guisa di luogo d’accoglienza per i numerosi pellegrini che transitavano all’epoca per la capitale.

L’ampliamento delle due strutture fu già progettato da Carlo nella seconda metà del XVIII° secolo. La facciata della chiesa è abbellita da quattro lesene corinzie e dalle due statue di San Filippo Neri e San Gennaro, opere di Angelo Viva, il quale già aveva lavorato alle cariatidi del boudoir di palazzo Doria d’Angri.

La struttura, che sorge sulla cinquecentesca chiesa di Santa Maria Materdomini, consta di una planimetria molto particolare: due ottagoni (il primo funge da navata ed il secondo da oratorio) sono congiunti da un rettangolo, che, a sua volta, fa da presbiterio.

Il tempio si caratterizza per la presenza di molte opere di pregio: notiamo, nei pressi dell’altare, un San Giuseppe con il bambino della scuola di Paolo de Matteis (1662-1728), una Madonna con bambino e San Giovannino, attribuito alla scuola di Giuseppe Bonito (1707-1789) ed un San Gennaro che allontana i fulmini da Napoli di Onofrio Palumbo (1606-1652).

L’altare è progettato da Mario Gioffredo (1708-1785), mentre il gruppo scultoreo Della Trinità viene realizzato da Angelo Viva, sul disegno di Mario Gioffredo successivamente ampliato dal Vanvitelli.

Ritorniamo al quesito iniziale: il giudizio finale su Carlo Vanvitelli quale sarà?

Ci serviremo del parere del Gleijeses che già avevamo citato in conclusione dell’articolo su Palazzo Doria d’Angri; l’autore definisce questa fase artistica la migliore della storia napoletana, individuando due ragioni:  “…sia perchè la città ritornò ad essere finalmente capitale, sia per gli artisti che vi svolsero la loro attività in questo periodo: il Fuga, Luigi e Carlo Vanvitelli, Mario Gioffredo”. Il Nostro, allora, pur non essendo dotato dell’estro paterno, non solo rimane un ottimo tecnico, ma un elemento di spicco nel momento di transizione fra lo sfarzo tardo barocco e l’equilibrio neoclassico nel panorama artistico italiano.