Caserta, quando la propria città si tramuta da benevola madre in snaturata matrigna

Testa di Kafka di David Cerny, Praga

Ho l’impressione, leggendo la cronaca della nostra amata e martoriata Caserta che, a chi ci amministra, non faccia piacere che i ragazzi abbiano autonomia di coscienza e forza critica in grado di rendere palese la loro contrarietà, rispetto ad una città che, invece di continuare ad essere madre benevola, e’ divenuta, per lo stato di abbandono in cui versa, loro matrigna.

Fa negativamente impressione leggere che, chi ci amministra, minacci azioni legali contro quei ragazzi che si permettono di associare gravi incidenti stradali con lo stato disastrato delle nostre vie cittadine.

Reputo che, viceversa, chi di dovere dovrebbe essere positivamente colpito nonché stimolato dal fatto che dei giovani, e mi riferisco ai compagni di scuola della ragazza dell’Istituto “Diaz” coinvolta in un grave incidente stradale cittadino, abbiano preso coscienza che la qualità della vita, la loro vita, e’ calpestata dalle omissioni di una generazione patrigna non in grado di preservare nemmeno la loro incolumità.

In fondo, essi sono gli stessi ragazzi che, anche se più piccoli, hanno dovuto aspettare l’intervento della Magistratura per veder garantito il loro diritto alla continuità scolastica messa in discussione dall’assenza di manutenzione strutturale del loro antico e valido istituto elementare, l’Istituto “De Amicis”.

Oramai capisaldi che dovrebbero essere fondamentalmente normali in una città altrettanto normale come la sicurezza stradale e la sicurezza scolastica, sono in realtà divenuti aspirazioni oggetto di riconquista sociale e di lotta, non di Classe, ma generazionale.

Viceversa, piuttosto che minacciare questi ragazzi, e’ nostro dovere essere loro accanto imponendoci di garantire loro l’esercizio di diritti fondamentali che sono basilari per il concreto vivere civile.

E’ in gioco non solo il futuro ma il presente dei nostri giovani concittadini che, in fondo, sono in grado di riflettere, giudicare ed agire più profondamente di quanto noi pensiamo.

Lo dobbiamo a loro ma anche a noi per quel poco di stima che ancora, come generazione, riusciamo, per quanto difficile, ad avere di noi stessi.