Il presepe, una tradizione che ci descrive come popolo e come individui di questa società

“Per noi napoletani è una cosa veramente importante, lei ingegnere scusi preferisce il presepe o l’albero di Natale?” – “Il presepe, ovviamente.”

“E ne sono contento per lei” mi dice il professore stringendomi la mano. “Veda, gli esseri umani si dividono in presepisti ed alberisti e questa è una conseguenza della suddivisione del mondo in mondo d’amore e mondo di libertà, ma questo è un discorso lungo che potremo fare un’altra volta…”

Questo passo tratto da “Così parlò Bellavista”, di Luciano De Crescenzo, descrive in maniera sottile e brillante quella differenza, rappresentata, metaforicamente, dalle tradizioni natalizie, che distingue noi campani e, più in generale, noi meridionali da tutti gli altri.

Il mondo di libertà di cui parla il professor Bellavista altro non è che la “milanesizzazione” che ci porta a essere meno sentimentali, più pratici, e a preferire l’allestimento di uno squallido albero di Natale comprato, sia chiaro, al centro commerciale, rispetto alla preparazione di un presepe che, invece, richiede senza dubbio più fatica e dedizione: in altri termini, uno spreco di energie non finalizzato alla comodità.

“L’alberista si serve per vivere di una scala di valori completamente diversa da  quella del presepista. Il primo tiene in gran conto la Forma, il Denaro e il Potere; il secondo invece pone ai primi posti l’Amore e la Poesia (si notino le maiuscole)”

Quella del presepe, dunque, è una metafora che ci deve far riflettere circa il nostro modo di vedere la vita. Esso rende noi meridionali unici al mondo,  sebbene ci possa sembrare più scomodo, meno fruttuoso,  dovremmo  avere qualche remora a ripudiarlo nel momento in cui veniamo a contatto con “il mondo della libertà”, non sentendoci inferiori, ma difendendo e rivendicando con orgoglio la nostra origine, forse più povera, ma di certo più genuina ed autentica.

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