Catcalling, la molestia mascherata da complimento. L’analisi del fenomeno dello Psicologo Elpidio Cecere

“Ho paura, mi accompagni?”. Una domanda che prima o poi chiunque si è sentito rivolgere, soprattutto se a farla è una donna (Ascione, 2020). Il catcalling deriva dalla fusione dei termini “cat” (gatto) e “calling” (chiamare), e non è altro che la molestia verbale destinata prevalentemente a donne incontrate per strada.

Il catcalling comprende commenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi e avance sessuali in luoghi pubblici come strade e mezzi di trasporto. Il fenomeno è in crescita e condiziona molte donne che non si sentono più libere di camminare per strada e indossare ciò che vogliono. Le molestie di strada non sempre includono azioni o commenti con connotazione sessuale. A volte prevedono anche insulti omofobici e altri commenti che fanno riferimento a religione, etnia, classe sociale e disabilità.

Il governo francese nel 2018 ha approvato una legge che dichiara punibile il catcalling su strade o mezzi di trasporto pubblico con multe fino a 750 euro, oltre a una mora per comportamenti più aggressivi. Anche in altri Paesi il comportamento è punito, mentre in Italia non esiste un reato specifico per punire il catcalling (tg24.sky.it, 2021).

Quali sono le conseguenze del catcalling?

Il catcalling, come gli altri tipi di molestie, è caratterizzato dall’oggettivazione della vittima: il cat caller non vede una persona ma un oggetto sessuale. Molte donne che hanno subito una molestia verbale per strada hanno difatti dichiarato di essersi sentite sporche e inutili, in quanto in quei momenti di street harassment ci si sente deumanizzati, privati di un nome ed una personalità mentre degli estranei squadrano il tuo corpo senza che tu possa dire nulla (Ascione, 2020).

In questa dinamica il cat caller si colloca in una posizione di potere rispetto alla vittima, la quale, dopo aver ricevuto fischi, un “ciao bella” o uno sguardo di troppo, prova sentimenti contrastanti. Innanzitutto, vi è la rabbia per aver subito una molestia e allo stesso tempo la frustrazione ed impotenza legate al non aver reagito per timore di scatenare reazioni incontrollabili nel cat caller.

Tutto ciò si tramuta in una forte paura che porta ad una profonda modificazione del proprio stile di vita nella speranza di evitare che quell’evento si verifichi nuovamente, come: vestirsi in maniera differente, scegliere di non percorrere certe strade, non socializzare o rincasare prima che faccia buio.

Perché il catcalling viene “giustificato” rispetto ad altri tipi di molestie?

Il catcalling viene spesso confuso con i complimenti e non percepito come una molestia e ciò che contraddistingue il complimento dalla molestia è il fine: quando una persona fa un complimento, è per far sentire bene l’altro, per apprezzarlo. Ma senza un contesto e il consenso da parte di entrambi, c’è prevaricazione (La Penna, 2020).

“Ma quindi non si possono fare più i complimenti per strada?”

Il complimento è ben altro, è contestualizzato, anche se a farlo è uno sconosciuto. Un esempio: urlare “ah bionda!” (anche quando hai i capelli scuri), è ben diverso da una persona che magari ti si avvicina, e con gentilezza ti dice “Ciao, ho notato i tuoi capelli, sono molto belli”.

Ciò che contribuisce a rinforzare questo fenomeno è la nostra società eteropatriarcale che vede l’uomo bianco etero cisgender in cima alla piramide del privilegio ed esercita dunque un potere maggiore rispetto ad una donna o una persona nonbinary.
Questo privilegio fa sentire legittimato l’uomo a mostrare potere nei confronti della donna con atteggiamenti di prevaricazione come appunto il catcalling e tantissimi altri comportamenti che vengono rinforzati sin da bambini che portano la donna a normalizzare continuamente alcuni comportamenti nell’uomo, come “il bambino ti spinge perché gli piaci” o anche “l’uomo non può controllare le proprie pulsioni, è normale che tradisca”.

Cosa possiamo fare per contrastare questo fenomeno?

Il passo successivo dell’attivismo contro il catcalling dovrebbe essere quello di puntare sull’educazione, per cercare di cambiare una mentalità diffusa che considera le donne come meri oggetti passivi dello sguardo maschile (D’Andrea, 2020).
Fare apprezzamenti è una cosa bella, sana. Saperli fare, però, è un dovere da parte di tutti. La linea potrebbe sembrare per alcuni molto sottile. Ma non per questo possiamo negare che non ci sia, e va discussa (La Penna, 2020).

A cura di: Dott.ssa Teresa Amoroso, Dott. Luca Ciolfi e Dott.ssa Kimberly Loffredo, con la supervisione dello Psicologo Dott. Elpidio Cecere.