Monsignor Giovanni D’Alise: il suo operato ed il suo lascito spirituale

Monsignor Giovanni D'Alise

Se n’è andato a 72 anni, compiuti il 14 gennaio, Monsignor Giovanni D’Alise. Ricoverato da qualche giorno per sintomi da Covid-19, è stato condannato dal suo già precario quadro clinico: cardiopatia ipertensiva, dislipidemia, insufficienza renale e diabete mellito.

Nacque a Napoli da una famiglia di origini contadine: affiancò allo studio l’attività nei campi, sin dalla più tenera età. Trasferitosi da San Marco Trotti di Santa Maria a Vico, dove aveva vissuto fino ai 10 anni, a San Felice a Cancello, verrà ordinato sacerdote il 23 settembre 1972. Fu, fra il 1974 ed il 1993, viceparroco nella chiesa di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di San Felice a Cancello e poi parroco della stessa per gli undici anni successivi, sino alla nomina di vescovo della diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia

Fra il 2001 ed il 2004 fu Vicario Foraneo presso la forania di San Felice-Arienzo e fra il 2003 ed il 2004 si occupò della formazione dei diaconi della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno. Nel 2014 fu trasferito alla sede vescovile di Caserta, prendendo il posto di Mons. Pietro Farina, deceduto il 24 settembre del 2013.

Don Giannino, tuttavia non fu solo alacre uomo di chiesa, ma condusse una lunga carriera giornalistica, che lo vide per alcuni anni direttore del Bollettino diocesano.

Il 24 gennaio di quest’anno, per esempio, ha partecipato insieme a Federico Monga, direttore de Il Mattino, ad un convegno presso il Liceo Pietro Giannone.

In quel caso, la discussione verteva sulla buona informazione e quindi sul come non farsi abbindolare da tutto ciò che si trova in rete e viene spacciato per vero ed inconfutabile. Preziosissimo l’insegnamento finale: bisogna sempre affidarsi al proprio acume critico, così da poter discernere il vero dal falso, tenendo sempre a mente che le migliori fake news sono quelle che oscillano sempre sul filo del verosimile.

Da ricordare l’impegno del compianto vescovo per il dialogo interreligioso e per il sociale. In questo periodo, per esempio, si era appellato alle autorità affinchè non abbandonassero i cittadini, che in questo momento di grave depressione economica, per disperazione avrebbero potuto finire nelle grinfie di mafiosi ed usurai.

Encomiabili, inoltre, le sue parole d’apoggio al decreto Rilancio (che ha comportato la regolarizzazione di circa 200.000 lavoratori stranieri nel settore agricolo),  considerato non solo incentivo per l’integrazione, ma primo passo d’allontanamento dall’ormai troppo lungo immobilismo morale e materiale sui diritti dei lavoratori. Finalmente, ebbe modo di dire il Monsignore, l’uomo cominciava ad essere messo di nuovo al centro.

Amare, invece, le considerazioni a proposito della chiusura dello stabilimento Jabil di Marcianise; l’avvenimento, agli occhi del vescovo, rappresentava l’ennesimo caso di abbandono dei lavoratori da parte di multinazionali, interessate al solo guadagno. Il Monsignore, forse un po’ rassegnato, parlò della Chiesa come di uno degli ultimi scogli cui coloro che sono stati lasciati indietro dal cinismo dell’economia di mercato possano aggrapparsi, data la debolezza dei sindacati e l’insufficiente sforzo da parte della politica nel tutelare i diritti del cittadino.

Vogliamo concludere con una speranza: che alla compunzione per la perdita del Monsignore si unisca il ricordo delle sue parole e del suo sforzo, nel tentativo di continuarne le lotte.