In Compagnia di una Poesia. I bambini della Shoah, “Un paio di scarpette” di Gioconda Beatrice

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Per non dimenticare gli innocenti….

L’ultima commemorazione della Shoah, che si è celebrata pochi giorni fa, ha messo in risalto due importanti elementi, uno potremmo dire ‘storico’ l’altro, invece, ‘moderno’: il primo riguarda l’avanzare degli studi sullo sterminio degli ebrei, sui campi di concentramento e su altri aspetti del nazismo; il secondo, invece, interessa l’inesorabile morte dei testimoni diretti, il che fa temere uno sbiadirsi della violenta realtà antisemita vissuta dalle vittime. Oltre questo, un altro aspetto, molto rilevante, che varie pellicole, trasmesse in questi giorni, hanno proiettato nei nostri cuori, è il dramma dell’uccisione o della salvezza in extremis dei bambini ebrei. Non solo ebrei, perché, in guerra, tutti i bambini ed adolescenti sono vittime innocenti delle carneficine degli adulti.

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Qualche testimonianza

Nel famoso libro del giornalista Antimo Della Valle, Caiazzo non perdona il boia nazista, edito da Edizioni Spartaco nel 2005, in cui vengono descritti gli eccidi dei soldati nazisti durante la ritirata contro i cittadini italiani, c’è scritto:

La mattina del 14 ottobre, due contadini percorrevano il sentiero del Monte Carmignano, un colle che domina la valle attraversata dal Volturno. Volevano verificare le condizioni del bestiame, opportunamente nascosto in un casolare per proteggerlo dal fuoco delle artiglierie. Fu allora che scoprirono i corpi mutilati di uomini, donne e bambini, ammassati l’uno sull’altro. […] Gli raccontarono (a William Stoneman, inviato del Chicago Daily News), che la sera del 13 ottobre alcuni soldati tedeschi erano saliti su un colle, nei pressi di Caiazzo, e avevano ucciso ventidue persone, tra cui donne e bambini. I bambini erano stati mutilati. […] Nel cortile antistante la casa colonica, c’erano i corpi di quattro uomini, due donne e un bambino, gettati in una buca ai piedi di un albero.

Nella strage di Caiazzo furono uccisi 11 bambini e i cronisti americani si meravigliarono che si potessero massacrare anche i piccoli…non conoscevano ancora i campi di sterminio; questi luoghi di morte nacquero per accelerare lo sterminio di ebrei, malati di mente, omosessuali, nemici politici, prostitute. Nel libro Cavie umane nei campi di sterminio, della raccolta Memorie di Guerra, del 2000, si ricostruisce come si giunse all’idea della gassazione tramite il gas Cyclon B (già utilizzato dalle armate tedesche con la finzione delle roulottes). Viene citata, a riguardo dell’argomento che stiamo trattando, una frase dell’ufficiale nazista Hoess:

Eichmann mi spiegò che non si poteva usare nient’altro che il gas. Sarebbe stato semplicemente impossibile eliminare con la fucilazione le masse che aspettavamo; tenendo conto delle donne e dei bambini, quest’ultimo sistema sarebbe stato troppo penoso per le SS che lo avessero attuato.

Anche nei ghetti, la vita dei bambini era un inferno, specialmente quando furono costretti a lavorare. Ecco una testimonianza di Peretz Opoczynski dal ghetto di Varsavia, tratta dal libro di Albert Nirenstajn, È successo solo 50 anni fa, edito dalla La Nuova Italia, nel 1993:

In stanze buie, in caverne oscure, sono seduti su sgabelli o su panchine….Cuciono vestiti e biancheria, scarpe e cappelli, materassi e coperte; fanno giocattoli, bambole, scacciamosche, sacchi, spazzole. Gli operai degli spazzolifici tagliano con le mani le setole, tendono dei fili di ferro che bucano come spilli. Le dita delle donne e dei bambini sanguinano sempre; hanno sempre gli occhi cerchiati dalla fatica e le spalle curve…

Perché uccidere i bambini o renderli adulti inabili? La risposta, crudelmente semplice, era che non ci doveva essere nessuna generazione successiva che facesse ripopolare l’Europa di ebrei. La più grande atrocità di questo piano era che non si risparmiavano neppure i feti, gli esseri più indifesi al mondo: le donne incinte, infatti, venivano ammazzate o, se la gravidanza era quasi alla fine, si assasinava il bambino sviluppato. Nelle retate per la deportazione, i bambini venivano fatti salire per primi sui vagoni. Eppure, se la fortuna dava a questi bambini la possibilità di sopravvivere, lo faceva sadicamente perché conoscessero la morte per fame, per tifo e per tubercolosi. Ecco la descrizione di bambini sopravvissuti (si fa per dire…) nei ghetti, da parte di un maestro elementare Natan Koniski:

Per le strade si nota un numero sempre maggiore di bambini dalle facce gonfie, con braccia e gambe anche esse gonfie; di bambini dai corpicini coperti di bolle e di croste; di bambini dalle facce scheletriche, sulle quali spiccano con violenza degli occhi grandi, spaventati, affamati, con ossa del cranio sporgenti, nascoste appena dalla pelle; di bambini dalle gambette inverosimilmente magre e dalle facce invecchiate, appassite, nelle quali difficilmente si possono scorgere i lineamenti delicati abituali ai bimbi; si vedono per le strade dei bambini, rannicchiati, miseri, sofferenti-bambini affamati

Spesso i bambini si adultizzavano perché non avevano nessuno su cui contare, tranne che su loro stessi. Nudi o con brandelli di vestiti e scarpe, giravano, spaesati, per le strade in cerca di qualcosa: cibo, acqua e indumenti. Così erano costretti a chiedere l’elemosina o a creare una sorta di commercio al dettaglio, raccogliendo tutto ciò che potevano trovare in giro per venderlo, a volte di contrabbando, con il rischio di essere scoperti.

E se morivano….? Li potevi vedere per strada, come tante piccole fiammiferaie della favola dell’Handersen, lividi, nudi, coperti da un giornale o semplicemente lasciati lì…

E se vedevano la morte dei propri genitori….? Spesso imploravano i soldati delle SS di non ucciderli ma con estremo sadismo venivano eliminati, nonostante donassero loro giocattoli o baciavano i corpi morti dei genitori. In casi estremi venivano portati in orfanotrofi lager, dove venivano torturati e seviziati.

Nei campi di concentramento, invece, i bambini diventavano veri e propri schiavi. Se potessimo capire il dolore della maternità della madre di Gesù quando cercò di salvare il Figlio dalla morte o nel vedere, con animo lacerato, la morte del suo Figlio, dovremmo leggere i vari tentativi delle madri ebree di nascondere i figli dalla mano della morte, portandoli, in valige o in sacchi, nei campi di sterminio, con la materna e dignitosa illusione, che, tenendoseli vicino, avrebbero potuto salvarli, per vederli, in seguito, morire tra le loro braccia.

In alcuni casi, l’esercito nazista creava la forza lavoro minorile, dove i bambini venivano utilizzati per lavorare all’interno delle fabbriche del campo, fino a morirne per sfinimento.

A volte venivano deportati con l’inganno, quando i tedeschi riuscivano a convincere le famiglie che i figli sarebbero ritornati perché era merce di scambio di guerra…nessuno ritornò mai.

Molti bambini morirono, invece, per gli esperimenti medici, tra atroci sofferenze che nemmeno un film horror riuscirebbe a descrivere.

Volgiamo loro lo sguardo

Ricordiamoli, allora, tutti questi bambini, specialmente quelli senza nome, che, ora, staranno vivendo una vita ultraterrena giocando con bambole e biciclette, attraverso i versi di Un paio di scarpette rosse di Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, più conosciuta come Joyce Lussu, partigiana italiana, medaglia d’argento al valor militare.

C’è un paio di scarpette
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
‘Schulze Monaco’.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’ eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

Non dimentichiamo neppure i vari bambini dei nostri giorni, che vivono, in prima persona, la guerra, con tutte le atrocità che apporta.