In compagnia di una poesia…. della italo-cubana Yuleisy Cruz Lezcano

Care lettrici e cari lettori, la poesia non ha nazionalità, non ha un luogo, non ha confini perché ha come obiettivo dare un’emozione, che, in qualsiasi momento della giornata, è sempre ben accolta.

La poetessa Yuleisy Cruz Lezcano, che rappresenta la perfetta sintonia culturale tra l’Italia e Cuba, residente a Marzabotto, in provincia di Bologna, è nel nostro Paese da quando aveva 18 anni. La sua professione sanitaria non le ha tolto lo spazio ed il tempo da dedicare alla poesia, nonostante sia laureata in Scienze Infermieristiche e Ostreticia ed in Scienze Biologiche nell’ateneo bolognese. Infatti, nel tempo libero riesce ad esprimersi in varie espressione artistiche, che variano dalla scrittura alla fotografia ma anche dalla pittura alla scultura: un’artista a 360 gradi, potremmo definirla, in quanto, oggi, meramente, si tende sempre più a settorializzare gli ambiti artistico-culturali.

Numerosi sono i concorsi letterari a cui ha partecipato, ottenendo premi, riconoscimenti e apprezzamenti dalla critica. La sua produzione poetica nasce dalla fusione della cultura europea con quella latino-americana: grandi maestri, tra cui anche simbolisti, decadentisti ed ermetici, della nostra cultura europea, come D’annunzio, Montale, Gozzano, Rimbaud, Baudelaire, Hesse, Pessoa, rivivono nelle sue pagine assieme ad Edgar Lee, Walt Whitman, Rubèn Darìo, Julio Cortàzar ed Alejandra Pizarnik. Tra le sue ultime pubblicazioni, ricordiamo, del 2017, Soffio di anime erranti e Fotogrammi di confine; del 2018 Tristano e Isotta. La storia si ripete ed Inventario delle cose perdute. L’anno 2019 la vede, inoltre, impegnata in qualità di giurata per la Sezione Poesia al XIV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, organizzata e coordinata dalla poetessa Assunta Spedicato, nonché presieduta dall’editore Giuseppe Laterza.

Ecco la sua poesia:

Treni

Finestrini impolverati,
sogni di nomi,
passeri affogati
sulla condensa di rugiada,
plasmano i vetri.
I nomi sognano
il venuto alla mente,
poi sotto il rumore stridente
s’incamminano
là dove si dimentica
il fiore che vuole sdraiarsi
a morir sul proprio profumo.
Come un cavallo incerto,
destabilizzato per il fumo,
il treno taglia l’aria
e le sue striscianti ruote
scatenano scintille
aggiunte dal sole
alle sue promesse.
Oltre la nebbia spessa,
meditano rami che insistono
nel ricordare l’origine
di tutte le radici bagnate dal silenzio.
Amo i treni gocciolanti,
tempi che passano, visioni
di campagna, città, collina, pianura,
toni di api impaurite,
insetti di vento, che per sventura,
arrotolati sulle ali,
fuggendo dallo scricchiolio di sassi,
periscono dai detriti sciolti,
travolti.
Farinose ossa, voli sconvolti,
franano parole oscure.
Amo i treni simili alla vita
ma non amo la ferita,
la tortura,
nemmeno la terra impura
che inventa la polvere
per non immaginare i limiti
dove sbattono gli occhi,
prima di morire.
Amo i lunghi convogli
che fanno sentire
le persone vicine,
il fruscio di pensieri
ridotti in un pugno di ruggine.
Amo le finestre in movimento
e le carrozze che spezzano fogliame.
Amo il verde colmo di bestiame
che muggisce sulla cresciuta erba
che accompagna la fuga di fiori.
Amo la primavera acerba,
gli animali che cantano all’amore,
incoronando con amore
il proprio nido.
Amo i cortili in movimento, dove
qualche donna, a tempo,
stende il bucato.
Amo tutti questi grandi vagoni
che pendono da un lato
lungo strette curve.
Amo i luoghi dove i silenzi
accompagnano piccole soste
di ore abbandonate.
Finestrini pallidi su memorie colorate
dondolano e intonano
ninne nanne all’aurora.
Un convoglio di nostalgiche ore
laggiù sussurra e sonnecchia.
Siamo a Bologna!
Sulla grande stazione,
treni che partono, treni che arrivano…
che confusione!
Una faccia si mostra
e scosta la tenda,
vive di ombre,
dove gli spettri sognano
fatti che avanzano nel niente,
sulla fronte di pensieri latenti
che aggrottano le sopracciglia
per trattenere il presente.
Un treno che parte, un treno che s’incrocia,
pieno di gente,
tutti dicono cose, non si comprendono.
I tempi non sono più come una volta,
mi portavano da un sogno all’altro
per il mondo,
rotaie infinite fra giorni di pecore
e vie di campagne,
le carrozze scalavano montagne,
spinte dalla propria fatica.
Vorrei che il presente mi dica
dove sono finiti i sogni
di tutte le mie care partenze e
la gioia di tutti gli inizi.
Amo comunque i treni che abbracciano
il tempo ladro, confuso nei giorni,
dopo la prima occhiata.
Amo i treni che raccolgono i viaggi
di tutti i sogni che tendono
ad affacciarsi
nelle mie notte più belle
piene di lune e di giochi di stelle.

Yuli, 2 marzo 2019

Ecco cosa la poetessa mi ha detto riguardo la sua poesia:

I treni, in questa poesia, rappresentano un viaggio che avviene dentro gli occhi. È come se la poetessa divenisse spettatore di se stessa. Quello che osserva è testimonianza di come vive le cose dentro e fuori. Le parole scelte sono il quadro meglio dipinto, in cui le immagini espressive tentano di evocare la rinascita della natura nella parola. La natura, in questo caso, è una natura sia interiore sia esteriore. Accettata in tutte le deviazioni, imperfezioni, differenze e marchi d’individualità. Il treno segue il cammino della strada maestra, per distendere lo sguardo e racchiudere in immagini associative e simboliche quel modo affascinato di porsi innanzi al mondo e sentire il mondo parte di sé

Voglio ricordarvi che se anche voi scrivete poesie e vi piacerebbe inserirne una in questa  rubrica basta inviarcela all’indirizzo email poesia2019@virgilio.it, riportando: titolo e testo della poesia, nome autore e breve nota di commento.

Vi aspetto con tante bellissime poesie da leggere nella prossima puntata!