In Compagnia di una Poesia: Eduardo Scarpetta e la poesia della quotidianità napoletana

In questa puntata sulla poesia mondiale, che, come avete potuto constatare, abbraccia diversi autori e svariati argomenti, voglio ricordare Eduardo Scarpetta (un nome noto al pubblico teatrale sebbene adombrato dal più celebre Eduardo De Filippo) in quanto morì proprio oggi nel 1925 a 72 anni e fu sepolto nel Cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli. Il suo nome completo che pochi conoscono era Odoardo Lucio Facisso Vincenzo Scarpetta e oggi cercheremo di conoscerlo insieme.

Una vita tra successo, critiche e solitudine
Già a quindici anni, come si faceva un tempo,lo Scarpetta decise di andare a lavorare in teatro. Le esigenze economiche familiari lo spinsero, infatti, a cercare un lavoro e lo trovò proprio nell’ambiente teatrale, dove la sua passione per la drammaturgia poteva perfezionarsi. La prima collaborazione fu con la compagnia di Antonio Petito, di cui nel tempo lo Scarpetta divenne capocomico. Dopo diverse esperienze nazionali, con l’aiuto economico dell’avvocato Severo, riuscì far aprire di nuovo i battenti al famoso e decaduto Teatro San Carlino e questo mecenatismo lo portò in auge nella sua carriera teatrale.

Nel 1876 si sposò con Rosa De Filippo, che, secondo diverse dicerie, era l’amante di Vittorio Emanuele II; non riconobbe alcuni figli, tra cui Titina, Peppino ed Eduardo, che ebbero il cognome della madre. L’inizio della fine fu il repentino cambiamento dei tempi: infatti, la concorrenza, incorporata nel Teatro Salone Margherita, creò il varietà e Scarpetta subito si adeguò al cambiamento dei tempi, creando ilCafè-Chantant. La solitudine iniziò, invece, con un incidente lavorativo che lo vide confrontarsi legalmente con Gabriele D’Annunzio. Il pescarese, infatti, lo denunciò nel 1904, per aver portato in scena la parodia della tragedia La figlia di Iorio; nonostante Scarpetta vinse, molti intellettuali, registi e attori presero le distanze da lui.

Un teatro tradizionalmente innovativo ed un po’ di cinema
Lo Scarpetta fu un rivoluzionario ed un visionario. Senza le sue idee non ci sarebbe stato forse il successo della napoletanità nel mondo. Indubbiamente, insieme a D’Annunzio, che scriveva in dialetto pescarese, introdusse tra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento, qualcosa di innovativo: il cosiddetto teatro dialettale, che doveva far conoscere agli spettatori la letteratura e il teatro d’Oltralpe; mi riferisco alla cosiddetta commedia d’arte francese, recitata e cantata, dettavaudeville, di cui fa parte lapochade, termine che gli etimologisti legherebbero a due maschere, il pochard ed il poissard. Questo sperimentalismo teatrale fu tutto dialettale, in quanto era ancora forte il federalismo che minava l’Unità italiana, permettendo, quindi, l’uso dei dialetti nella vita quotidiana ed anche nella cultura, contrapposti all’unitaria lingua italiana (toscana).

Il suo personaggio principale rimane ancora Felice Sciosciammocca, creato nel 1970, che, al suo apparire, non indossava maschera e fungeva da spalla a Pulcinella. Era presente negli spettacoli organizzati dal Petito e nei copioni dello stesso attore napoletano.  Aveva in sé la doppia faccia del povero e del ricco ma rappresentava anche la metafora ancestrale dell’eternità che sconfigge la morte corporale.

Nel suo teatro, inoltre, serpeggia, silente, tra i personaggi,quella voglia di ribaltarsi dalla quotidianità, aspettando una sorta di mano dal destino per spezzare la routine. Solo con gli esempi dei personaggi del suo teatro, il pubblico può capire come aprirsi la strada nella vita quotidiana, cercare di risolvere i problemi e sfatare la paura della morte. Che siano ricchi o poveri, nobili decaduti, giovani che amano la vita, mariti traditori, mogli isolate, tutti vengono presi dal quotidiano, portati in scena e fatti risorgere con una vita migliore dallo Scarpetta: il pubblico quindi comprende che ce la può fare a rialzarsiproprio perché ci sono riusciti questi personaggi teatrali.

Nella produzione teatrale c’è anche un capolavoro che si stacca dalla routine produttiva del nostro registra: Miseria e Nobiltà. Ancora oggi rappresentato con enorme successo e proiettato in pellicole famose, tra le quali quella interpretata da Totò.

Perfino il cinema, allora ai primi stadi, conobbe la partecipazione dello Scarpetta come attore. Infatti, si era deciso di far conoscere anche all’Italia Settentrionale le sue commedie, progetto realizzato dalla Musical Film milanese diretta da Renzo Sonzogno: le sue commedie, girate cinematograficamente da diversi registi, ebbero il merito di far conoscere la bravura degli artisti napoletani.

Napule, la poesia della quotidianità napoletana
Dai suoi libri autobiografici, Lo poeta napolitano e canzoni napoletane composto a 19 anni e Cinquant’anni di palcoscenico del 1922, si possono leggere anche dei componimenti poetici, tra cui questa, intitolata, appunto, Napule. Ecco il testo:

Napule

Cielo canun se trova a n’atu pizzo,
mare ‘ncantato, addò tanti figliole
se perdono p’’afamma. Nu scugnizzo
ca dorme ‘nterra o ca se scarfa ô sole.
Chi è ricco e cchi ‘mmece campa a stiente
E ggente ca s’accidono pe nniente!!
Popolo sempe allero e ddisperato,
balcune cu cepolle e ssovère appese,
na canzone, nu muro suppuntato,
na festa e nu miraculo ogne mese.
Dint’a nu vascio sette figlie e a ‘a mamma
Dormen onzieme….Napule se chiamma.

In questa poesia molto cruda, già all’inizio si manifesta l’unicità di Napoli, cielo ca nun se trova a n’atu pizzo,ma dove lo splendido mare è culla di suicidi motivati dalla disperazione della fame; la povertà la vediamo in uno scugnizzo che dorme per terra e si riscalda al sole. Eppure in questa città, misera e nobile, si vede chi è ricco e cchi ‘mmece campa a stiente e già serpeggia la criminalità, e ggente ca s’accidono pe nniente!!.Dicotomia non solo nello stato sociale ma anche nello stato d’animo:popolo sempe allero e ddisperato.

In un’epoca dove anche la città, vissuta quotidianamente, parla: ecco, quindi, che i nostri occhi vedono il bianco delle cipolle e il rosso delle sorbe appese sui balconi, ci arriva all’orecchio una melodia cantata da qualcuno, scorgiamo allarmati un muro dissestato, mantenuto con pali di legno, siamo contagiati dall’allegria di una festa e ci troviamo coinvolti nella folla che inizia i festeggiamenti perché si è avverato di nuovo il miracolo di San Gennaro. In questo tripudio di gioia, ecco che, nascosto, in un cantuccio, ci rattristiamo della disperazione di sette bambine che dormono insieme ad una mamma.

Una Napoli palesemente povera, dove tutti cercano di vivere, non fa nulla se alla giornata o nella disperazione, sebbene alcuni non riescono a migliorarsi perché la vita li ha messi spalle a muro.

 

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