In compagnia di una poesia con il mare cantato da Charles Boudelair

Il mare, svago per i bambini, studiato dagli scienziati, inquinato da uomini senza coscienza…Queste solo alcune considerazioni riguardo questo nostro patrimonio marino, che rende bella e turisticamente attraente l’Italia. Il Mar Mediterraneo, il Mar Adriatico ed il Mar Tirreno sono sin dall’antichità visti come una sorta di culla di vita ed abisso di morte. Prima di leggere insieme una poesia sul mare come specchio dell’uomo, vediamo mitologicamente quanto era importante per l’uomo e cosa rappresentava per lui.

Nella religione greco un ruolo fondamentale ha avuto il dio Poseidone che rappresentava la forza vitale e mortifera del mare, invocato dai pescatori, dai marinai, dai soldati delle flotte greco-romane e da chiunque iniziasse una traversata. Eppure, ancora più antico era il Titano Oceano, che, insieme a Forco, erano il riflesso delle paure arcane degli antichi quando si trovavano in mare. L’elemento acqueo come creatore di vita era simboleggiato dagli antichi nel dio Ponto e nella dea Teti, mentre i suoi cambiamenti, il mare ora calmo ora improvvisamente burrascoso, era divinizzato dal dio Proteo.

Esso era legato anche a divinità femminili: le mogli dei pescatori si ingraziavano Anfitrite, la dea moglie di Poseidone, invocata insieme a Leucotea, per non far perire i mariti durante la burrasca; eppure, tra le dee dimenticate, vi era anche una certa Brizo, il cui sporadico culto ci attesta che i marinai la pregavano per non perdere la rotta; la dea Doride era la dea della buona pesca, elemento essenziale per l’uomo sia per nutrirsi sia per il commercio. Alter ego di Poseidone erano Thalassa ed Euribia, le dee legate all’acqua per eccellenza, che avevano tutte le caratteristiche del dio. Il mare calmo era rappresentato dalla dea Galene; La divinità della spiaggia era Psamate, pregata anche dai raccoglitori di relitti marini.

Il rapporto dell’uomo con il mare, inoltre, era reso mitico dal pescatore Glauco, da Nereo o da Palemon, che offrivano buona pesca ai marinai o salvavano i pescatori.

Anche la fauna marina era divinizzata: i cavallucci marini, per gli antichi, erano mostri marini detti Ittocentauri o erano rappresentati dal mitico Ippocampo; le Sirene, metà uomo e metà pesce, ormai diventato patrimonio culturale anche per noi moderni; Akheilos, per essersi vantato più attraente di Afrodite, fu trasformato in squalo; la balena era la dea Ceto, che terrorizzava i marinai; i delfini erano rappresentati proprio dal dio Delphinos; infine i Tritoni, che sono specie tutt’ora esistenti.

I fenomeni marini, come i vortici, erano rappresentati dai mostri Scilla e Cariddi, di cui tanto abbiamo sentito parlare, leggendo l’Odissea; i marosi invece erano dovuti a Cimopolea, divinità marina, che, per punire gli uomini creava onde gigantesche;

Questo spaccato mitologico serve a farvi comprendere, cari lettori, che grande considerazione gli antichi avevano per il mare; oggi, invece, il mare, secondo quel procedimento di introspezione, caro già ad Achille, che, solo, in riva al mare, pregava la madre, diventa quasi un amico cui rivolgere una preghiera, ricevere un consiglio, confrontarsi, proprio come ci ha descritto Charles Boudelair, poeta simbolista francese dell’Ottocento:

Uomo libero, sempre amerai il mare!
È il tuo specchio il mare: ti contempli l’anima
nell’infinito muoversi della sua lama
E il tuo spirito non è abisso meno amaro

Divertito ti tuffi in seno alla tua immagine,
l’abbracci con lo sguardo, con le braccia e il cuore
a volte si distrae dal proprio palpitare
a bombo di quel pianto indomabile e selvaggio

Siete discreti entrambi, entrambi tenebrosi:
inesplorato, uomo, il fondo dei tuoi abissi,
sconosciute, mare, le tue ricchezze intime,
tanto gelosamente custoditi i segreti!

Eppure ecco che vi combattete
da infiniti secoli senza pietà né rimorso,
a tal punto amate le stragi e la morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili!
In questa poesia l’anima tormentata dell’uomo libero (che non si fa condizionare dalla realtà quotidiana) ha in comune con il mare l’amaro abisso. Come in Narciso che si specchia nella propria immagine condannandosi a morte perché si innamora del proprio riflesso, anche il mare è lo specchio dell’essere umano, che, quando si tuffa in esso, in qualche modo ne diventa parte. Eppure entrambi hanno dei segreti, il primo inquietanti e ben celati il secondo, invece, visti come ricchezze inesplorate; la parte conclusiva chiarisce come anche la morte li accomuna, versi che tanto ci ricordano le stragi dei migranti:

Eppure ecco che vi combattete
da infiniti secoli senza pietà né rimorso,
a tal punto amate le stragi e la morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili