In Compagnia di una Poesia: il Parco della Reggia nei versi di Luigi Gualdo

Giardino Inglese Reggia di Caserta

La poesia di oggi, rievocando, in un certo modo, il Parco della Reggia, ritrovo degli spiriti romantici e dei letterati durante i Grand Tour ottocenteschi, sembra dire di non farci bloccare dalla paura del virus ma di continuare a visitare, di persona, i bellissimi monumenti della nostra terra casertana, in particolar modo la Reggia, perché, diciamocelo, non si può vivere senza aver visto il nostro Monumento almeno una volta nella vita!

Luigi Gualdo, scrittore di origini milanesi, visse sin da bambino a Parigi, dove fu amico di Théophile Gautier e di Stéphane Mallarmè mentre in Italia si legò alla Scapigliatura di Arrigo Boito.

Tradusse le opere di Giovanni Verga in francese e la sua produzione fu redatta sia in italiano, con novelle (La gran rivale e altri racconti 1877) e romanzi (Costanza Gerardi 1875 e Decadenza 1892) sia in francese (Une rassemblance 1874, Un mariage excentrique 1879). La sua raccolta poetica, Le nostalgie (1883) la potete trovare nelle librerie insieme a Decadenza.

Una poesia evocatrice del Parco della Reggia

Il componimento, la XXXII del canzoniere sopracitato, è una canzone formata da quartine a rima alternata con l’ultimo verso in congedo finale. Ha allitterazioni e personificazioni (dormono i nidi e i fragili fiori).

La poesia sembra descrivere turisticamente la nostra Reggia ed il suo parco, location di un incontro tra amanti, diventando letterariamente un poema infinito ed amoroso, perché tutto appare compartecipare a questo eterno sentimento.

Paesaggio

Tutto riposa al raggio della luna,
Ma il viale è nell’ombra a noi davanti.
S’ergono all’aura in lunga fila bruna
I profili degli alberi giganti.


Biancheggia in fondo tacita la villa,
Tutta chiusa, deserta o addormentata.
Non si scorge laggiù lume o scintilla,
Ma la volta del ciel tutta è stellata


Un poema infinito ed amoroso
Le foglie vi sussurrano giulive…
Il parco nella notte appar festoso
E le statue intraviste quasi vive.


Dormono i nidi ed i fragili fiori
Posan col capo languido che pende,
Si confondon le forme ed i colori…
– E l’ombroso vial qualcuno attende –

Immaginiamo di stare nel parco della Reggia, di notte; il verso s’ergono all’aura in lunga fila bruna i profili degli alberi giganti (vv. 3-4), mi richiama alla memoria e penso anche a voi i lecci, i tigli, i carpini del Giardino all’Italiana della Reggia.

All’improvviso sentiamo un rumore e ci voltiamo, rimanendo incantati dinanzi la villa, che ci rievoca davvero la Reggia, col suo biancore e le innumerevoli finestre buie, ergersi a toccare il cielo stellato.

Riprendendo la lettura, ecco le statue, che mi ricordano i busti e le opere scultoree delle monumentali fontane dei Tre Delfini, di Eolo, di Cerere, di Venere ed Adone, di Diana ed Atteone, quasi vive in questo notturno artistico.

Eppure in questa atmosfera onirica all’insegna della natura, in cui tutti dormono, bellissima la scena delle corolle dei fiori che chinano elegantemente il capo per riposarsi, espressione tipica della lirica greco-latina, in questa erotica mescolanza di sensi, scorgiamo un’ombra, che ci fa capire che il luogo è testimone di un segreto incontro d’amore.

Chissà se questi leggendari amanti si aggirano ancora nei vialetti…. Il fascino della Reggia, in fin dei conti, non smetterà mai di stupirci perché, per quanto sembra di conoscerla, ci offre sempre qualche sorpresa nascosta!