In Compagnia di una Poesia, i versi di Luciano Erba, tra distacco e ironia

Luciano Erba

La poesia contemporanea ha delle caratteristiche proprie, che la differenziano per le tematiche e per lo stile dalla precedente produzione ottocentesca.

La seconda guerra mondiale, la rinascita, il boom economico, il ’68, la rivoluzione stilistica e la destrutturazione del verso sono alcuni degli elementi che hanno influenzato e caratterizzato le varie avanguardie letterarie novecentesche e che tutt’ora sono indagate dagli studiosi.

Tra i vari poeti che hanno formato la società civile postbellica con una nuova forma poetica c’è anche l’intellettuale Luciano Erba.

Luciano Erba, un poetico docente universitario

Il saggista milanese, classe ’92, appartiene alla corrente poetica della Quarta generazione, nome derivante dall’omonima antologia curata dallo scrittore con il poeta Piero Chiara, il cui scopo era sensibilizzare i giovani alla poesia.

Docente universitario della lingua e della cultura francese all’Università Cattolica di Milano, approfondì lo studio del Decadentismo e pubblicò svariate traduzioni.

La sua produzione poetica comprende Il prato più verde (1977); Il nastro di Moebius col quale vinse il Premio Viareggio e la silloge Il male minore, entrambe del 1980; Il cerchio all’aperto (1983); Il tramviere metafisico, vincitore del Premio Bagutta nel 1987; L’ippopotamo (1989); L’ipotesi circense che si aggiudicò nel 1995 il Premio PenClub, Nella terra di mezzo nel 2000 e gli fu consegnato il prestigioso premio Librex-Eugenio Montale nel 1989; scrisse anche il romanzo François nel 1982. Alcune sue opere sono ancora in commercio per chi fosse interessato.

Ricordi tra passato e presente

La poesia Gli anni quaranta è presente nella raccolta Il prato più verde del 1977. Nei componimenti riuniti in essa il poeta volge lo sguardo al giovane che era ed all’uomo che è diventato, in un ricco e meditato viaggio interiore.

Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile
lasciarsi dietro le curve
con un supremo colpo di freno
galoppare in piedi sulla sella
altre superbe cose
apparivano all’altezza degli occhi.
Ora gli anni volgono veloci
per cieli senza presagi
ti svegli da azzurre trapunte
in una stanza di mobili a specchiera
studi le coincidenze dei treni
passi una soglia fiorita di salvia rossa
leggi “Salve” sullo zerbino
poi esci in maniche di camicia
ad agitare l’insalata nel tovagliolo.
La linea della vita
deriva tace s’impunta
scavalca sfila
tra i pallidi monti degli dei.

La poesia è di stampo descrittivo ed enfatica allo stesso tempo, mirando ad evidenziare due momenti della vita del poeta, il passato ed il presente; lo scopo è quello di soffermarsi sui cambiamenti che l’esistenza e l’inesorabile avanzare del tempo apportano alla quotidianità. A livello stilistico la mancanza di virgole, l’uso del climax e l’enumerazione verbale denotano la volontà di creare versi veloci, in sintonia con il contenuto tematico del componimento, tutto incentrato sul trascorrere del tempo; sono presenti inoltre allitterazioni (volgono veloci v. 7, scavalca sfila v. 18), analogie (similitudini e metafore), l’apostrofe (ti v. 9) ed iperboli (supremo v. 3).

L’Erba analizza la propria vita in un soliloquio, quasi si stesse guardando allo specchio: si passa dalla terza persona considerata da secoli la voce dell’impersonalità alla seconda invece per i discorsi col proprio ego. Se nella prima strofa è evidente il superomismo della giovinezza (sembrava tutto possibile v.1), che lo porta a fare anche esperienze pericolose, nei versi successivi entra in scena la routine dei sogni infranti. Il trascorrere veloce del tempo, tema classico della letteratura mondiale, si unisce ad una vita assolutamente anonima ed ormai ben definita e senza colpi di scena (per cieli senza presagi v. 8). Con un ritmo veloce, simbolismo dalla routine quotidiana rapida e monotona, vengono elencati ironicamente oggetti e riti ciclici di un’esistenza che solo a tratti sembra poter dare una sbiadita animosità all’uomo contemporaneo, ormai completamente invecchiato e morto dentro.