Coronavirus, il Cotugno di Napoli è modello per gli inglesi ma in Italia è polemica sui commenti

Myrta Merlino
Myrta Merlino

Era passato quasi inosservato il lungo reportage sul Cotugno di Napoli trasmesso pochi giorni fa in Gran Bretagna da Sky Regno Unito che definiva l’Ospedale partenopeo ” il modello nella cura dei malati di Covid19, uno dei pochi ospedali in cui non è stato contagiato neanche un medico o infermiere e il migliore in Italia per organizzazione e qualità del servizio offerto”.

Da lì la notizia, ignorata dai media italiani fino a quel momento, ha preso a circolare su tutte le maggiori testate giornalistiche italiane, meritando servizi e approfondimenti ulteriori rispetto a quanto già ampiamente documentato da Sky Uk.

Ma se non fosse bastato il fatto che siano dovuti arrivare i colleghi d’oltralpe a “svelarci” una realtà italiana degna di nota, a far montare l’indignazione del pubblico sono arrivate sopratutto le parole della conduttrice  della trasmissione “L’aria che tira” di La 7 Myrta Merlino che nei giorni scorsi, durante il collegamento con il giornalista Alessandro Sallusti, si è lasciata andare ad uno stupore di troppo.

Il vero tema è questo: – ha detto la Marlino – quando il Covid-19 arriva, un ospedale deve avere la capacità di creare una sorta di chiusura ermetica. Questo è mancato in una fase iniziale. E’ anche il motivo per cui a Napoli, invece… Ecco, per me è incredibile: non ci aspettavamo mai che l’eccellenza arrivasse da Napoli, ma la storia del Cotugno ci ha sorpreso, perché hanno creato una situazione quasi da astronave rispetto all’elemento Covid”.

Parole che sui social stanno creando indignazione e che, probabilmente, rischiano di oscurare ulteriormente la bella notizia sulla sanità campana che sconta molti anni di commissariamento e tagli ai bilanci delle aziende ospedaliere.

Infatti nel lungo video, mandato in onda pochi giorni fa in Gran Bretagna, il giornalista fa notare la realtà napoletana da prendere a modello: guardie di sorveglianza in tutti i reparti e corridoi, un percorso di disinfezione automatica che somiglia allo scanner di un aeroporto. Lo staff che assiste i pazienti indossa maschere molto avanzate simili a quelle antigas, tute ermetiche. I malati sono isolati tra di loro. Tra la stanza del malato in rianimazione e il resto del reparto si comunica attraverso una finestra.

«Siamo partiti presto e abbiamo reagito correttamente – ha sottolineato il direttore sanitario dell’Azienda ospedaliera dei Colli che riunisce Cotugno, Santobono e Monaldi, Rodolfo Conenna – Il Cotugno aveva alle spalle esperienze ultradecennali: il colera, l’HIV, la Sars, l’Ebola. Oltre al fatto che normalmente questo ospedale gestisce malattie infettive non epidemiche, come la meningite». In breve tempo è stato completato il Padiglione G la cui costruzione era stata interrotta, realizzando in esso 80 nuovi posti di terapia sub intensiva. Ospitiamo 200 pazienti Covid19 al giorno. Intanto è in corso l’allestimento di una nuova sala operatoria ibrida dedicata a operazioni urgenti di pazienti Covid.

Altro tema molto delicato è quello della formazione di infermieri e operatori socio sanitari che in altre numerose realtà, specie in quelle di nuova costituzione, è stata causa di ampio contagio. «Abbiamo avuto necessità di ampliare l’organico e perciò abbiamo assunto 150 infermieri e 25 medici in un solo mese – racconta ancora Conenna – I nuovi assunti sono stati messi in squadra con infermieri esperti che hanno assunto anche il ruolo di formatori. In una settimana abbiamo ottenuto una sufficiente preparazione. Oggi l’organico del Cotugno conta 100 medici e 600 tra infermieri e operatori socio sanitari».

Al Cotugno i dispositivi di protezione non sembrano carenti e sono per lo più diversi rispetto a quelli usati negli altri ospedali. Il personale indossa tute integrali, e maschere più simili a quelle antigas che alle PPf3. «Anche nell’approvvigionamento – spiega Conenna – siamo partiti prima grazie alla nostra vocazione ed esperienza. Usiamo per lo più prodotti non monouso, soprattutto per rianimazione e pronto soccorso, oltre a schermi facciali riutilizzabili. Veniamo riforniti di solito da agenti locali, ma in questi giorni facciamo ricorso anche ad altri. Devo dire che abbiamo penuria di tute integrali, e siamo in attesa del via libera dell’Istituto superiore di sanità per acquistarne di nuove».

«Adesso – riflette Conenna – c’è bisogno di luoghi a bassa assistenza, per i nuovi sospetti o positivi o per coloro che stanno per guarire. Meglio non l’albergo, poiché questo non garantisce sul piano delle misure per evitare il contagio, ma strutture ospedaliere in cui il ricoverato possa essere assistito da infermieri. A questo scopo la Regione Campania sta lavorando a un accordo con l’Aiop, l’associazione della sanità privata. Nella fase tre – conclude il direttore sanitario – andrà potenziata la rete sul territorio: è lì che si dovrà lavorare per tenere a bada il virus finchè non avremo cure specifiche e un vaccino”.