Il Covid-19 non ferma il fenomeno del cyberbullismo: i consigli dello Psicologo Elpidio Cecere

Per attenuare il contagio da Coronavirus sono state adottate e imposte delle forti limitazioni che hanno avuto conseguenze molto negative sul benessere non solo fisico ma anche psicologico delle persone. Una di queste è sicuramente l’isolamento forzato che, ormai, si protrae da mesi.

Le ricadute della reclusione domestica sono state immediate e hanno prodotto risvolti sulle ordinarie routine di ciascuno, in particolare, quelle degli studenti, costretti ad adattarsi alla didattica a distanza. Tra gli effetti annoverati, c’è il fenomeno dell’utilizzo intenso e spesso improprio delle interconnessioni in Rete (Wong et al., 2020).

Si è assistito all’impiego sempre più distorto delle Tecnologie digitali, dei dispositivi elettronici e dei social media amplificando soprattutto la paura psicologica associata alla pandemia e, sempre più in crescendo, anche per sfogare le proprie emozioni negative online (Chiolero, 2020).

A conferma del fatto che il fenomeno del cyberbullismo cresca in parallelo con l’aumento della presenza dei ragazzi su Web, Internet e Social Media, durante il periodo di emergenza pandemica, è stato registrato un notevole incremento del fenomeno. L’Osservatorio indifesa, realizzato nel corso del 2020, infatti riporta una fotografia della realtà raccontata direttamente dai ragazzi, attraverso le risposte di 6.000 adolescenti, dai 13 ai 23 anni, provenienti da tutta Italia.

Preoccupano i numeri di quella che sembra essere un’esperienza di sofferenza quotidiana per troppi giovani: il 68% di loro dichiara di aver assistito ad episodi di bullismo, o cyberbullismo, mentre ne è vittima il 61%.

Ma che cos’è il cyberbullismo?

Il termine cyberbullying fu coniato dall’educatore canadese Belsey nel 2002, che lo definì come un fenomeno contraddistinto dall’attuazione di comportamenti intenzionali, diffamatori e intimidatori da parte di un singolo individuo o di un gruppo di individui che sono ripetuti nel tempo, ai danni di uno o più soggetti tramite l’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione come l’email, il telefono cellulare, gli sms, gli instant messaging e i siti web personali.

Il cyberbullismo, seppur considerato un’estensione del fenomeno del bullismo tradizionale allo stesso tempo se ne discosta per alcune caratteristiche peculiari: nel contesto virtuale, anche l’invio di una sola foto o di un solo video imbarazzante può avere un impatto fortissimo in quanto condividendo un contenuto su internet, si può raggiungere un numero altissimo di persone che può vedere, commentare e condividere a loro volta il contenuto, anche con persone fisicamente molto lontane e che non hanno mai avuto alcuna relazione con i protagonisti.

Il cyberbullo ha accesso alle sue vittime 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per cui la dimensione temporale diventa potenzialmente illimitata, a differenza del bullismo tradizionale che è un fenomeno circoscritto a determinati momenti della giornata e a specifici luoghi, come durante l’orario scolastico, nella pausa ricreazione, nel tragitto scuola-casa e viceversa.

Quindi, mentre le vittime del bullismo hanno la possibilità di evitare il prepotente rifugiandosi in casa propria, nascondendosi, cambiando scuola o trasferendosi in un’altra città o paese, questo non può verificarsi per le cyber-vittime. (Baldry et al., 2017; Menesini, Nocentini e Palladino, 2017).

Il mezzo elettronico non necessita della forza fisica, né di una intimidazione psicologica nei confronti della vittima: anche un solo individuo, chiuso nella propria stanza e senza particolari doti fisiche, può compiere atti di bullismo su un numero illimitato di vittime attraverso poche operazioni telematiche. La reale disparità di potere tra la vittima e il cyberbullo, quindi, deriva dall’anonimato dietro cui si cela l’aggressore e dall’impossibilità di fermare le aggressioni (Raskauskas e Stoltz, 2007).

La maggior parte dei cyberbulli trascorre molto tempo online, con la conseguenza di incorrere in comportamenti rischiosi legati alla navigazione in rete, ma ci sono importanti differenze individuali che predicono questo comportamento, al di là dell’uso di internet (Görzig e Olafsson, 2013).

I cyberbulli sono privi di autocontrollo e sensibilità, (Ozden e Icellioglu, 2014) sono contraddistinti da alti livelli di aggressività verbale, ovvero prendere in giro, deridere e schernire (Roberto et al., 2014). Sono sensibili alle frustrazioni, ma nonostante ciò non risultano essere connotati da impulsività poiché mettono in atto condotte di manipolazione della vittima subdole e particolarmente ragionate (Barbaro e Russo, 2019).

Coerentemente con quanto accade anche nel bullismo, nel cyberbullo è possibile intravedere una propensione alla violenza e un deficit empatico (Kowalski et al., 2014): per quanto riguarda la violenza, questa è data principalmente dalla mancanza di un contatto diretto tra cyberbullo e cybervittima, il fattore distanza può incrementare la disponibilità ad assumere un comportamento crudele su una vittima sconosciuta (Delcuratolo, 2016).

Perché fermare il cyberbullismo?

Essere coinvolti in fenomeni come bullismo e cyberbullismo influisce in modo significativo sul benessere sociale, emotivo e accademico degli adolescenti con effetti che ricadono sull’autostima, sul senso di autoefficacia e sullo sviluppo delle competenze socio-affettive.

Sebbene il legame causale non sia chiaro, è stato riscontrato che le vittime di bulli che usano internet, per molestare e deridere, possono avere maggiori probabilità di sviluppare gravi conseguenze negative a causa delle caratteristiche specifiche di cui si caratterizza l’ambiente online, vale a dire l’anonimato, la presenza di un vasto pubblico e l’assenza di limiti spazio-temporali, conducendo queste ultime a considerare il suicidio come l’unica via di uscita e di interruzione dei soprusi e delle prevaricazioni.

In questa prospettiva risulta di fondamentale importanza arrivare alla progettazione di un intervento efficace volto al contrasto e alla prevenzione del bullismo e del cyberbullismo (Extrema et al.,2018).

Come afferma Alberto Pellai: “E’ dalla scuola che bisogna cominciare per fare prevenzione, per promuovere una cultura e un’attenzione educativa che valorizzi e promuova i metodi e gli strumenti dell’intelligenza emotiva”.

A cura di: Dott.ssa Anna Rosaria Martullo; Kimberly Loffredo; Sara Mataluna; sotto la supervisione dello Psicologo Dott.re Elpidio Cecere.