Il Cyrano de Bergerac di Edmond Eugène Alexis Rostand

Gino Cervi nel Cyrano de Bergerac
Gino Cervi nel Cyrano de Bergerac

In Italia il Cyrano de Bergerac di Edmond Eugène Alexis Rostand, la cui prima rappresentazione avvenne nel 1897, ha una sua e ben singolare vicenda: è l’opera teatrale più conosciuta in volume. E’stata ristampata infinite volte e letta a non credere. Così diffusa è la conoscenza libresca della storia del sire di Bergerac, che essa appare già di per  sé esaudiente. Non si avanza quasi più il desiderio di vederla in scena, o se desiderio sorge, si confonde con una fantasia che si teme far attendibile.

In tal maniera, forse, è venuta ad affermarsi la fama della difficoltosa messinscena del “Cirano”, anche perché si è ritenuto, che quelle emozioni che la lettura cagionava, la messinscena non sarebbe capace di riprodurle. Straordinaria opera teatrale sì, ma per quel teatro che ognuno giunge a immaginare per sé. C’è però una generazione che non ha mai visto a teatro il Cirano; e magari quelle altre che l’hanno preceduta, l’hanno visto tenendosi però caro il libro. Dobbiamo allora elogiare, e nello stesso tempo immaginare, il grande impegno spettacolare che si è disposto intorno all’allestimento del 1953, al Teatro Nuovo di Milano con la traduzione di Remigio Paone, per la regia del francese Raymond Rouloux, e che ebbe come protagonista l’immenso Gino Cervi, oltre a Edda  Albertini, Sergio Fantoni, Tino Buazzelli, Alberto Lupo, e tantissimi altri bravi attori meno noti.

L’arte scenica non esclude la genialità; ma ne esige di quella più nobile. Anche se innovativa, deve trasportarci autorevolmente, in quella finzione scenica vaporata dalle pagine emotive della nostra esistenza. E comunque, dovrà essere un’arte così fine, così appassionante, che pur tralasciando in alcuni casi le più vertiginose chimere legate a parrucche, rossetti e ceroni del dramma tradizionale, non deve eccedere verso quell’etichetta, oramai abusata, di “teatro sperimentale”, perché nella convinzione di deliziare con un tipo di teatro versatile, si rischia invece di annoiare e far scemare ulteriormente il pubblico; o quantomeno di “dirottarlo” verso quel genere di teatro leggero, di facile risata, perché questo almeno lo preserva da sconcertanti azzardi di teatro “palloso/noioso”. Non perché questo tipo di teatro leggero sia di serie “B”, chiariamo, ma semplicemente perché si rischia fortemente di indirizzare il teatro verso un solo genere di rappresentazione, scevro, quindi, di quei valori essenziali che ci esprima, ci esalti, ci plachi anche sotto il profilo culturale.

Il teatro è un mestiere arduo, con le sue contraddizioni, con le sue molteplici difficoltà, con il compromesso stilistico tra la parola “poetica” e il mezzo espressivo (attori, attrici, scenografie, etc.); esige dallo scrittore tragico o comico tanto maggior altezza d’ispirazione, quanto più intenso e onesto disinteresse utopico. Sembra anche questo un paradosso. La “nuova scena” che si palesi ostentatamente essere tale, e che non arriva, non convince il pubblico, né lo folgora, è una scena inattendibile, emotivamente vuota: rimane, forse, solo un tentativo di rompere una consuetudine teatrale, ma che non riesce a trovare una logica che appassioni.

Il pubblico, se non ha niente di meglio, come ho già detto, ripiega in un “sicuro repertorio leggero”, anche se culturalmente miserabile; ma quando allo spettatore si dice: “questo è diverso, questo non l’avevi visto e ascoltato…questo sei tu…con la tua realtà intima, tormentosa, inconfessata che vuol venire alla luce, e che io, poeta/attore ispirato, traggo alla luce per te”. Se al pubblico gli dite questo, e poi non gli presentate nulla più di qualche noiosa sofisticheria, o della solita passerella di pseudo attori/autori, che semplicemente “eruttano” parole, allora il pubblico s’infastidisce, e magari esce dalla sala con un gelido fair play.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta