Delitti contro la famiglia: delitto di maltrattamento e lesioni personali dolose aggravate, in danno della convivente

Articolo 572 Codice Penale – Maltrattamenti contro familiari o conviventi – Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 09/05/2019 n° 19922

La configurabilità del reato di maltrattamento si configura indifferentemente anche durante un rapporto familiare di mero fatto come nella fattispecie in esame rappresentata da una relazione sentimentale caratterizzata dalla convivenza di un breve periodo di 10 mesi.

Infatti il nostro legislatore penale ha ritenuto configurabile il reato di maltrattamento oltre ai nuclei familiari regolarmente costituiti anche nei confronti di qualunque relazione sentimentale con vincoli di affettività e coinvolgimenti di assistenza paragonabili agli interessi ed obblighi familiari o di convivenza abituale.

Inoltre la rilevanza della reciprocità delle condotte aggressive è stata trattata dalla Suprema Corte che ha chiarito che “in tema di maltrattamenti in famiglia, lo stato di inferiorità psicologica della vittima non deve necessariamente tradursi in una situazione di suo completo abbattimento, potendo consistere anche in un avvilimento generale conseguente alle vessazioni patite, senza che sporadiche reazioni vitali ed aggressive da parte della stessa possano escluderne lo stato di soggezione, a fronte di soprusi abituali”.

Da ciò si deduce che la reciprocità delle condotte aggressive non esclude l’integrazione del reato qualora le reazioni della vittima siano una risposta occasionale ad una condotta abituale di sopraffazione.

 

Il caso giurisprudenziale

La Sesta Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione sul ricorso presentato da un convivente avverso la sentenza emessa il 19/06/2018 dalla Corte di appello di Roma che aveva confermato la condanna dell’imputato per i delitti di maltrattamenti e lesioni personali dolose aggravati, commessi in danno della compagna, pronunciata dal Tribunale di Roma con sentenza del 10 luglio 2017.

Secondo il ricorrente vi sarebbe stato nella sentenza della Corte di appello difetto di motivazione – ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), – in relazione alla inattendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, peraltro non supportate da alcun riscontro.

La seconda motivazione sarebbe stata per il ricorrente quella che la Corte avrebbe errato, e comunque non avrebbe compiutamente assolto al proprio onere di motivazione, laddove era giunta a ritenere sussistente tale reato, nonostante: a) non vi fosse un rapporto di supremazia dell’imputato sulla querelante e le aggressioni fossero reciproche; b) non vi fosse, tra costoro, un rapporto di tipo familiare, mancando un comune progetto di vita.

In tal senso la decisione degli ermellini è stata di rigetto di entrambe i motivi in quanto non sono sindacabili in sede di legittimità, se non entro gli appena esposti limiti, la valutazione del giudice di merito circa eventuali contrasti testimoniali o la sua scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti (Sez. 5, n. 51604 del 19/09/2017, Rv. 271623).

L’impianto motivazionale era poggiato non solamente sulle dichiarazioni della persona offesa, ma anche su quelle di suoi parenti e di terzi estranei al nucleo familiare, nonché su certificati medici, fotografie, messaggi “Facebook” e relazioni di servizio, redatte dagli operatori di polizia in occasione di vari interventi. Da ciò si deduceva la  completa infondatezza della doglianza relativa all’inattendibilità della persona offesa ed alla mancanza di riscontri alle sue accuse.

il delitto è configurabile anche quando manchi una stabile convivenza e sussista, con la vittima degli abusi, un rapporto familiare di mero fatto, caratterizzato dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza (Sez. 6, n. 22915 del 07/05/2013, Rv. 255628.).

La Corte di Cassazione ha evidenziato che come emergeva pacificamente dall’impugnata sentenza, incontroversa per questa parte – l’imputato e la parte civile, oltre ad avere intrattenuto una relazione sentimentale, avevano convissuto nella stessa abitazione per circa dieci mesi. Pertanto rigetto del ricorso e condanna alle spese del ricorrente.

Per ulteriori approfondimenti: Studio Legale Civile & Penale Avv. Paolo Saracco