Una domenica a… Capua, tra storia, monumenti e carnevale (II Parte)

Capua, chiesa della SS. Annunziata

Continuo il mio viaggio nella città di Capua, in cui visiterò chiese, palazzi e darò anche spazio al Carnevale.

Dentro Capua, entro nella cinquecentesca chiesa della SS. Annunziata, sorta sui resti di una chiesa angioina del Duecento. Nonostante i rifacimenti successivi ed i danneggiamenti causati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ha ancora un aspetto rinascimentale. Appena vedo la facciata, subito noto le due bellissime statue in nicchia di S. Antonio e S. Lucia. Ha una sola navata, pianta quadrata, portico, cappelle laterali e cortile con fontana.

L’interno conserva il coro ligneo, che, se osservate, rappresenta scene della vita di Gesù; l’organo ligneo, dove si narra che vi avrebbe suonato Mozart, durante un probabile rito di vestizione di una suora; l’altare con tasselli rappresentanti l’Annunciazione. Aveva, inoltre, un conservatorio che fungeva anche da ospedale. L’archetto che si vede, che passava lungo l’antica via Appia, era la base del corridoio-transito che collegava la chiesa al convento. All’interno, se alzo la testa, ammiro i dipinti di Filippo Vitale, pittore caravaggesco, che ornano la volta a cassettoni, insieme alla Coronazione della Vergine del 1616 di Giovanni Battista Caracciolo, soprannominato il Battistello e le tele di Giovan Vincenzo D’Onofrio, detto il Forlì.

Giungo alla chiesa della Carità o di Santa Maria della Carità, di epoca seicentesca, dove vi erano annessi anche il Monte della Pietà del Cinquecento e il conservatorio delle Oblate. Fa parte della Arciconfraternita Illustre Reale dei Bianchi della SS. Carità, presente anche in altre zone del sud Italia, come nel Catanese, che in passato si occupava dei condannati e delle orfane, cui cercava una sistemazione lavorativa e dava loro la possibilità di contrarre matrimonio. A navata unica, ammiro le tele del pittore settecentesco marcianisano Ludovico De Majo, che realizzò tre tele, che sono collocate sopra i tre altari: San Giuseppe, L’Immacolata e la Crocifissione; osservate il pavimento, formate da bellissime maioliche. Andate anche a visitare le cappelle, dove in una di esse, è presente la bellissima Madonna della Carità lignea e la Madonna Addolorata settecentesca.

Visito la chiesa di S. Domenico, che fu edificata per festeggiare l’arrivo di S. Tommaso d’Aquino; ha un aspetto prevalentemente settecentesco, sebbene del suo originario aspetto conserva l’arco a sesto acuto, alcune finestre ad arco e la torre campanaria. All’interno ammiro la tela seicentesca raffigurante L’adorazione dei Magi di Nicola Vaccaro, pittore tardobarocco e i due bassorilievi, l’Annunciazione cinquecentesca e Cristo Risorto del 1451; l’altare maggiore è composto da marmi di diverse colorazioni mentre l’organo è dell’Ottocento. Vi si tiene una famosa mostra di Presepi.

Arrivo al Duomo, eretto, invece, nell’856 per volere del vescovo capuano Landulfo e trasformato nel 966 quando il papa Giovanni XIII lo dichiarò Chiesa Metropolitana. Nell’XI sec. fu aggiunto il portico denominato Chiostro del Paradiso con funzione sepolcrale, successivamente trasformato in quadriportico. Fu distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale e fu ricostruito in modo diverso dall’originale, a tre navate, con colonne, capitelli e cappelle. Si sono conservati della costruzione originaria solo il campanile (eretto nell’861 a pianta quadrata, colonne, bifore ed altri particolari), il candelabro marmoreo pasquale e un sarcofago tardo-imperiale. Ha una pianta a croce latina, colonne dell’anfiteatro di S. Maria C. V. Ammiro il Cristo Morente, realizzato dallo scultore Matteo Bottiglieri (vissuto tra il Seicento ed il Settecento) e la tela dell’Assunta di Francesco Solimena, della stessa epoca.

Le chiese longobarde

Percorro i vicoli cittadini per raggiungere le chiese longobarde. Inizio con la chiesa di S. Marcello Maggiore, dell’851, inizialmente a tre navate e successivamente ad una navata nell’800. Comprende il campanile, la sagrestia, il porticato, navate a otto campate. Bello da vedere l’affresco con la Vergine tra S. Stefano e San Lorenzo nello spazio ad arco sulla porta; mentre le colonne raffigurano in rilievo episodi di Abramo, Isacco e Salomone, con anche scene del mondo animale (leoni e cervi che spesso ricorrono nelle raffigurazioni artistiche) e vegetale. Viene, di solito aperta, durante le Giornate del Fai.

Entro, di seguito, nella chiesa di SS. Rufo e Carponio, edificata nel 1053, passata ai Benedettini di Monte Cassini e di nuovo di proprietà capuana nel Settecento. Era dedicata a due martiri cristiani, di origini capuane, morti martirizzati durante le persecuzioni Diocleziane. Appena si entra si rimane meravigliate dinanzi alla Madonna con Bambino in trono nell’abside. A tre navate, se osservate le nicchie, troverete le urne dei martiri capuani. L’altare è un sarcofago di età imperiale con rilievi. La si può visitare grazie al Touring Club ma di solito viene utilizzata per matrimoni, concerti e mostre. Inoltre è stata anche oggetto di una tesi di laurea.

Chiesa di SS. Rufo e Carponio

Visito la chiesa di S. Michele a Corte, (in quanto edificata dove si ergeva il Palazzo di Corte longobardo) della metà del X sec. ad unica navata. I capitelli, di influenza bizantina, sono ornati di foglie di palma. L’altare è una lastra tombale con chimere mentre il pulpito a forma di leone. Degno di nota, è l’affresco bizantino di S. Michele che uccide il serpente, nell’abside.

Ammiro la chiesa di S. Salvatore a Corte, della seconda metà del X sec., composta di campanile, che conserva moltissime testimonianze longobarde. Se guardate il campanile romanico, potete osservare le bifore originarie. Viene aperta dal Touring Club. La chiesa di S. Giovanni a Corte, dell’impianto originario dell’XI secolo, inizialmente dedicata a S. Sebastiano, che posso vedere nell’affresco nell’abside, mentre S. Giovanni è visibile in una cornicetta sul portale di ingresso.

Gli affreschi, raffigurante la corte principesca, insieme ad alcune sculture, per la maggior parte, sono conservati nel Museo Diocesano La chiesa di Montevergine del 1700, risalente al XIII sec. che purtroppo è chiusa, sebbene all’interno vi sia il quadro ottocentesco della Madonna di Benedetto Troisi ed alcune tele del Di Majo. La chiesa della Santella o di Santa Maria delle Grazie sorse dove avvenne il sacco di Capua ad opera di Cesare Borgia nel 1501, ricordato già a quei tempi con un edificio sacro abbattuto. La leggenda narra che apparve la Madonna per fermare Cesare Borgia nell’assediare completamente Capua e il culto, si dice, fosse stato introdotto dalla signora Camilla Santella. All’interno la statua lignea della Madonna delle Grazie di Giacomo Colombo. La chiesa di S. Martino alla Giudea fu edificata intorno al 1375 quando vi giunsero gli ebrei, che vissero in un ghetto della città fino al 1540, passata, in seguito ai frati Cistercensi.

Complessi

A Capua ci sono anche diversi complessi. Il complesso di S. Eligio, di età angioina, comprendeva la chiesa omonima e l’ospedale, di cui ammiro subito lo stemma cittadino sulla facciata. Nel Cinquecento fu abbellito con campanile, cornici e tele del Solimena e del Ruggeri (La Madonna tra i Santi Eligio e Teatino, Sacra famiglia con Santo). Ammiro la scultura lignea cinquecentesca di Cristo Redentore. Diventa nel periodo natalizio sede di mostre presepiali. Il complesso di S. Maria delle Dame Monache, fuori le mura in epoca longobarda, forse del 952, sebbene appaia barocca. Fu inserita all’interno del nucleo cittadino con gli Svevi. Doveva ospitare le salme delle famiglie nobili capuane. Solo nel 1700 fu consacrata e successivamente chiusa; è a cinque navate ed è riccamente abbellita. Il complesso di S. Caterina di Alessandria d’Egitto, sorta dove si ergeva la chiesa a S. Nicola ad Flumen, abbattuta nel 1380, inizialmente angioina fu completamente restaurata nel 1600, con l’aggiunta delle colonne nella facciata e di navate laterali. Vi è annesso anche il chiostro del 1420 ma restaurato il secolo dopo. Interessante è vedere gli stemmi delle famiglie nobili capuane che hanno contribuito a costruire la chiesa e le tombe contenenti le loro salme. Ammiro le tre lunette sulle rispettive porte, raffiguranti la Natività, la Sacra Famiglia e la Madonna tra S. Antonio e S. Nicola da Tolentino. All’interno, invece, la bella statua di S. Caterina di Alessandria. La chiesa, andata distrutta, era ubicato fuori le mura cittadine dove sorgeva la Porta Fluviale mentre il convento, conservatosi, fu ristrutturato nel 1510.

Palazzi

Non tutti i palazzi sono visitabili ed alcuni li studio dall’esterno. Il palazzo della Regia Corte di Giustizia, di epoca angioina, fu progettato da Ambrogio Attendolo, conserva sulla facciata molti reperti dell’Anfiteatro di S. Maria C.V, tra cui la famosa Testa di Capys ma anche diverse protomi di divinità Il palazzo Lanza di epoca seicentesco ha leganti balconi, che poggiano su mensole raffiguranti leoni. Affiancato è il palazzo D’Azzia, con portale in piperino e bifore. Il palazzo Fieramosca, del duecento, ha un portale ad ogiva ed a monofore e l’interno numerosi capitelli di epoca romana e medievale. Il palazzo Fazio è di impianto tardo-gotico: osservo il portale tufaceo con ancora lo stemma araldico della famiglia, composto da tre stelle ed una mezza luna, indicante la partecipazione della famiglia alle Crociate. Il palazzo Rinaldi Campanino conserva ancora le bifore, il portale originario, il porticato di pianta quadrata a volte a crociera. Da leggere l’epigrafe commemorativa.

Altro

Curiosando, c’e anche l’Arco Mazzocchi doveva far accedere al Seggio dei Giudici, chiamato così dall’archeologo S. Mazzocchi (1684-1781), con bifore murate; e la Porta Napoli, di epoca cinquecentesca, dedicata a Filippo II con iscrizione perduta, sculture di divinità personificate, come le Vittorie Alate, armi di offesa e di difesa, nonché colonne doriche.

Il Carnevale di Capua

Oltre le varie manifestazioni storiche che ricordano diversi momenti della storia di Capua, mi preme, invece, ricordare, il Carnevale, la cui prima manifestazione pubblica risalirebbe alla fine dell’800 grazie ad una idea dei cavalieri Francesco La Manna e Vincenzo Pizzolo.

Il rito carnevalesco inizia dopo la consegna delle chiavi cittadine da parte del sindaco al Re Carnevale, dopo che ha scherzosamente rimproverato il sindaco della sua incapacità di governare Capua. La rappresentazione allegorica attraverso i carri si ebbe nel 900 grazie ad una idea del signor. Lanna.

Inoltre, nella Piazza dei Giudici, si organizzavano balli e ci si motteggiava con versi satirici (detti cicuzze), come quelli di Camillo Ferrara, di cui porto solo alcuni versi inizali dell’edizione del 2016:

Ah ! Capua, Capua, Capua,
pure ‘st’anno mm’he’ affussato ma ìi ‘o stesso so’ turnato
p’ unura’ stu Carnevale sempe cchiu’ povero e arrunzato ,
sturiato e urganizzato dint’’o ggiro ‘e poche jurnate,
dall’ennesimo cumitato ca pure st’anno ll’ha salvato.

I vestiti di carnevale non erano come quelli di oggi bensì si indossava sempre il Domino, termine di origine francese, che fu adottato nel Carnevale di Venezia col nome di Bautta. Era uguale sia per le donne che per gli uomini di qualunque ceto sociale ed aveva la funzione di abbattere i confini tra le diverse classi sociali. Era formata dal tabarro o mantello nero o rosso, il cappello detto tricorno di colore nero ed il volto coperto da una maschera bianca.