Emergenza Ucraina a Caserta, Kozak Village in difficoltà. Nascono in città i primi problemi dopo l’accoglienza

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Lo sapevamo tutti che l’emergenza profughi in fuga dalla guerra in Ucraina non sarebbe durata poco, sapevamo pure che l’ondata di aiuti partiti ed organizzati sull’onda dell’emotività del momento in qualche modo si sarebbe trasformata. Perché la solidarietà e la generosità di chi accoglie, se non subito ma sicuramente dopo poco deve a sua volta essere sostenuta.

E’ quello che sta accadendo al Kozak Village, il centro culturale, ricreativo e di ristorazione che per primo ha accolto i profughi in arrivo a Caserta il 1 marzo scorso.

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A gestire l’attività Ruslana Burko, presidente delle federazioni ucraine del Centro-sud Italia, diretta collaboratrice di Padre Igor Danylchuk – da anni riferimento della chiesa ucraina sul territorio – ed i suoi familiari, suo marito ed il figlio Yuri.

Ruslana ed i suoi cari non sono di primo pelo, vivono in Italia dai lontani anni 90, proprietari de “Lo svago dei cosacchi”, primo ristorante ucraino della Campania a Napoli, e la loro è una storia di integrazione, cittadini del mondo, lavoratori regolari dal 2002, da 5 anni a Caserta. Insomma un riferimento per la comunità ucraina in Campania.

Quando il primo marzo sono arrivati a Caserta i primi rifugiati – 7 donne ed i loro 9 bambini, tra loro anche una donna incinta che ha poi dato alla luce il suo bambino proprio pochi giorni fa – la decisione immediata di trasformare il residence, un’attività commerciale, in un luogo di accoglienza.

Ed in pochi giorni la generosità della famiglia ha guadagnato la ribalta nazionale. Cosi che i 16 rifugiati sono in pochissimo tempo diventati 22, ed i membri della famiglia, da operatori commerciali si sono trasformati in operatori umanitari h 24, diventando un vero e proprio centro di smistamento per tutto il materiale da inviare al confine dell’Ucraina o dove serve, ma anche per aiutare i nuovi rifugiati in arrivo, poterli collocare con amici, conoscenti o familiari, aiutarli all’inserimento. Di tutto.

Insomma un vero e proprio lavoro, anche faticoso mentre la gestione dell’attività che, come abbiamo detto si occupa di ristorazione e cerimonie, è ovviamente totalmente ferma, nessuna famiglia ucraina va a cena fuori o organizza delle feste.

Le persone con molta generosità continuano a portare coperte, cibo, abbigliamento, prodotti per l’igiene personale, tutto utile certo, ma non utile a pagare utenze, tributi, gli obblighi commerciali del ristorante e della casa. Nascono nuovi problemi.

E parlando con numerose famiglie che si sono rese disponibili ad accogliere in casa i profughi ucraini, a volte intere famiglie, abbiamo verificato che il discorso è lo stesso. Sostenere 3, 4 persone ogni giorno, la maggior parte bambini, vestirli, curarli, insieme alla propria di famiglia, è un impegno economico non indifferente, se si considerano anche i rialzi e gli aumenti da cui è stato colpito il nostro paese. Certo la comunità cittadina si sta dando da fare con grande solidarietà, ma alla lunga non basterà.

Chi lavora ancora riesce a tamponare, chiedendo anche aiuti alla propria rete di amicizie e conoscenze, ma chi invece ha dovuto frenare o addirittura fermare il proprio lavoro, la propria attività, sta vivendo un ulteriore momento difficile.

Adesso è difficoltà nella difficoltà.