Emily Ratajkowski incinta: “Non sapremo il sesso del bambino finché non avrà 18 anni”. Riflessioni di psicologia.

Emily Ratajkowski, modella e attrice di 29 anni, ha annunciato di essere incinta attraverso un’intervista rilasciata al giornale Vogue Usa, nella quale ha dichiarato: “Quando io e mio marito diciamo agli amici che sono incinta, la loro prima domanda dopo “Congratulazioni” è quasi sempre: “Sapete cosa sarà?”. Ci piace rispondere che non sapremo il sesso fino a quando nostro figlio non avrà 18 anni e che poi ce lo farà sapere. Tutti ridono, ma questo scherzo nasconde una verità importante: non abbiamo idea di chi – o che cosa – stia crescendo nella mia pancia”.

La Ratajkowski, famosissima sui social e in particolare su Instagram con ben oltre 26 milioni di followers, ha trasmesso da sempre un’immagine di donna emancipata e progressista. Si è schierata in prima linea per diverse battaglie femministe ed ha scelto di condividere i cambiamenti del suo fisico, dovuti alla gravidanza, attraverso foto che mostrano il suo corpo. L’affermazione riguardo la volontà di conoscere il sesso del proprio bambino solo quando avrà 18 anni ha fatto scalpore e, nonostante sia evidente che si tratti di un’affermazione provocatoria, qui ci poniamo due domande a cui cerchiamo di dare una risposta:

  • Quale è il messaggio dietro questa affermazione fatta dalla modella?
  • È veramente auspicabile “sapere” il sesso del proprio bambino all’età di 18 anni?

Partiamo dalla prima. Come ammesso dalla Ratajkowski, naturalmente, non si fa riferimento all’essere maschio o all’essere femmina da un punto di vista biologico ma piuttosto si fa riferimento al sentirsi maschio o al sentirsi femmina e all’auspicio di non condizionare la libera espressione della persona. La modella ha, inoltre, affermato “Non rivelerò il sesso del mio bambino perché mi piace l’idea di imporre a mio figlio il minor numero possibile di stereotipi di genere”. A proposito di ciò ha raccontato che in questo periodo le capita spesso di pensare al rapporto che aveva con sua madre [“…penso a mia madre e ai suoi racconti sull’essere la regina del ballo, al modo in cui conoscevo la parola “gelosa” all’età di tre anni (la pronunciavo “gelosia”, dicendo a mia madre che le sue colleghe erano “solo gelosia” di lei), e alla precoce comprensione che avevo di come la bellezza potesse equivalere al potere.”] e alla speranza di poter essere bella come lei [“Pregai per la bellezza…”]. Da qui, probabilmente, deriva il desiderio di Emily Ratajkowski di voler crescere il suo bambino nel modo più libero possibile, libero dai vincoli e dagli stereotipi della società, libero da ciò che lei stessa potrebbe portarlo ad essere.

La psicoanalista Greta Bribing (1959, 1961) definisce la gravidanza come un processo nel corso del quale si riattivano conflitti legati all’infanzia e si riattualizzano processi di identificazione inconsci con la propria madre. Secondo la Pines (1982), le donne in questa fase del ciclo di vita ridefiniscono la propria identità femminile e sperimentano un’identificazione sia con la propria madre che con il feto. Emily Ratajkowski vorrebbe evitare che i suoi conflitti interiori interferiscano con la crescita del bambino così come vorrebbe evitare che gli stereotipi di genere costringano il proprio figlio ad incasellarsi in ruoli stabiliti dalla società. Gli “stereotipi di genere” sono un insieme rigido di credenze condivise e trasmesse socialmente, su quelli che sono e devono essere i comportamenti, il ruolo, le occupazioni, i tratti, l’apparenza fisica di una persona in relazione alla sua appartenenza di genere.

La mancanza di conformità a tali attese fa sì che le persone interessate vengano ritenute o giudicate come “poco femminili” o “poco mascoline” (Arcuri e Cadinu, 1998). Gli stereotipi di genere si riflettono in moltissimi comportamenti quotidiani. Particolarmente significativi per l’individuo sono quelli che si manifestano attraverso vari comportamenti dei genitori nell’infanzia e nell’adolescenza: un esempio può essere il tipo di giocattoli verso cui il bambino viene orientato (Fagot e Hagan, 1991), macchinine per i maschi e bambole per le femmine, oppure la disponibilità degli adulti a parlare di sentimenti maggiormente con le femmine piuttosto che con i maschi (Kuebli e Fivush, 1992), trasmettendo il messaggio che per i maschi le emozioni non devono essere oggetto di dialogo.

Dunque, oggi sembra sia presente una sorta di pacchetto di istruzioni da trasmettere al bambino in base al genere. Da anni vengono condotti studi per stabilire quanto alcuni comportamenti considerati “maschili” o “femminili” siano innati e quanto invece questa differenziazione sia il prodotto della società: al momento non esiste una teoria condivisa da psicologi e studiosi e, quindi, non esiste una certezza su quale sia il metodo educativo migliore. Un esperimento molto interessante è quello portato avanti in Svezia, dove la maggior parte delle scuole dell’infanzia finanziate dallo Stato sono gender-neutral, cioè si impegnano a crescere i bambini indipendentemente dal loro genere attraverso varie strategie tra cui:

  • evitare di distinguere i bambini in “maschi” o “femmine”, ma chiamarli singolarmente per nome e collettivamente con un generico “amici”;
  • sostituire bambole e trenini con giochi neutri;
  • rivisitare in chiave neutra le favole da leggere ai bambini.

I risultati dell’esperimento indicano che i bambini educati in questo modo non mostrano una preferenza per compagni di gioco dello stesso genere e sono meno inclini a giudicare in base agli stereotipi; non cambia invece la tendenza nel notare il genere, cosa che potrebbe essere quindi innata (Journal of Experimental Child Psychology, 2017). Molte persone avvertono che la loro identità sessuale reale è diversa dalla categoria sessuale alla quale appartengono dalla nascita. Nella quarta edizione con testo rivisitato del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV-TR), pubblicato nel 2000, la convinzione di appartenere al sesso sbagliato, se associata a un disagio emotivo, costituiva il disturbo dell’identità di genere. Tenendo conto di questa diagnosi, alcuni ricercatori hanno riscontrato che gli individui con disturbo dell’identità di genere soffrivano spesso di ansia, depressione e idee suicidarie (Hepp et al. 2005; Bradley, 1995) connesse sia al disturbo sia ai pregiudizi di cui erano oggetto (Sánchez & Vilain, 2009).

Nel DSM 5 (2013) il disturbo dell’identità di genere è stato rinominato disforia di genere. Ciò è stato fatto con gli intenti di porre maggiore attenzione al disagio emotivo e di contribuire ad eliminare la nozione che il desiderio di appartenere a un altro genere sia un disturbo già di per sé. Nel 2019 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso che la disforia di genere non deve essere più considerata un disturbo mentale. Se si pensa che fino al 1980, anno della terza edizione del Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-III), l’omosessualità era considerata un disturbo mentale, è lecito ipotizzare che tra parecchi anni anche la disforia di genere possa diventare una condizione che rientra in quella che la società considera la normalità. Ciò richiede la fine di una concezione del “diverso” come un qualcosa di sbagliato, un qualcosa da allontanare, un qualcosa, addirittura, di patologico. Bern (1974; 1981) sostiene che i concetti di mascolinità e di femminilità non debbano intendersi come poli opposti di uno stesso continuum, bensì come dimensioni separate ognuna delle quali può ritrovarsi in ciascuna persona.

Per quanto riguarda la seconda domanda che ci siamo posti, ossia se sia veramente auspicabile “sapere” il sesso del proprio bambino all’età di 18 anni, è importante, innanzitutto, riconoscere che il genere di un bambino non viene scelto né dai genitori né dal bambino stesso. Un bambino può nascere maschio o femmina e nessuno può opporsi a questo dato di fatto o trattare un bambino come se fosse di genere neutro. Con il termine dimorfismo sessuale si fa riferimento alle differenze fisiche tra maschi e femmine prodotte dalle differenze cromosomiche. Nascere di un determinato genere comporta l’avere determinate caratteristiche fisiche. Ciò non significa che debbano esserci possibilità di sviluppo diverse per i maschi e per le femmine, ma semplicemente che per natura i maschi hanno il torace più robusto e le donne hanno un bacino più ampio, ad esempio. È pur vero che determinate caratteristiche possono portare a determinati comportamenti sociali: Maccoby e Jacklin (1987) hanno riscontrato che, ad esempio, l’aggressività è, a livello universale, maggiore nei maschi e hanno ipotizzato che questa caratteristica possa comportare un diverso modo di giocare e la scelta di compagni di gioco dello stesso sesso, indipendentemente dalle pressioni sociali.

Pertanto nascere di un genere non è la stessa ed identica cosa di nascere dell’altro genere. Quest’ultimo, inoltre, è un aspetto fondamentale del concetto che ognuno sviluppa del sé. Il sesso dell’individuo, insieme all’età e alla provenienza etnica, è uno degli elementi principali in base ai quali le persone vengono classificate. Slabey e Frey (1975) hanno verificato che i bambini riescono a distinguere maschi e femmine dai 18 mesi in su (identità di genere); a 3-4 anni comprendono che il genere rimane invariato per tutta la vita (stabilità di genere); a 6-7 anni sono consapevoli che il sesso non dipende dalle apparenze e cioè che un ragazzo che veste abiti da donna è comunque di sesso maschile (costanza di genere). Il sentire un’identità sessuale diversa dal genere a cui si appartiene implica comunque una conoscenza della situazione dalla quale si parte, ossia del genere biologico. La conoscenza e la consapevolezza di sé può aiutare a capire a quale identità sessuale un individuo si sente più vicino. È solo questa conoscenza e consapevolezza che può portare alla volontà di appartenere all’altro sesso.

Tornando alla questione del modo in cui crescere il proprio bambino, è importante l’aiuto e il supporto che i genitori possono fornire nel processo di scoperta di sé ed è importante far capire il concetto che le norme legate al comportamento caratterizzato sessualmente sono convenzioni sociali e, in quanto tali, possono essere messe in discussione. Chiara Volpato, docente al Dipartimento di psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, ha affermato che davanti a una pubblicità sessista non bisogna far finta di niente, ma parlarne. Patrizia Romito, docente di Psicologia sociale dell’Università di Trieste, ha sottolineato come sia molto importante ragionare, spiegare, argomentare e mettere in discussione quello che può sembrare un dato di fatto, ossia fare un esercizio dialettico adatto all’età. Ciò che, per finire, risulta fondamentale è permettere a ogni individuo di essere libero di essere ciò che vuole.

“Quando perdiamo il diritto di essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi” (Charles Evans Hughes).

A cura del Dottor Elpidio Cecere, Psicologo e direttore del TCE – Therapy Center, in collaborazione con i dottori Manuel Perretta, Ciro Andreozzi e con la dott.ssa Anna Martullo.