Eugenio Montale nei versi di Angelo Silvio Novaro

Eugenio Montale
Eugenio Montale

Capita spesso che un poeta scriva su un altro scrittore per un elogio al maestro, per lodare un’amicizia o per altri motivi. In questo contesto si inserisce proprio la poesia di oggi: i versi dedicati a Montale del poeta Angiolo Silvio Novaro. Su Montale, riporto l’intervento della dottoressa esperta di letteratura italiana contemporanea, Magda Vigilante:

Eugenio Montale è stato uno dei massimi poeti del Novecento letterario non solo italiano, ma mondiale con l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1975.

La sua poesia è estremamente complessa e non può essere riassunta in una formula che ne evidenzi del tutto le peculiarità. Forse è più facile riconoscere che non è ascrivibile a nessuna particolare linea poetica. Lo stesso Montale affermò che la sua opera «non è realistica, non è romantica e nemmeno strettamente decadente». Molto sommariamente potrebbe essere considerata poesia «metafisica» che, tuttavia, non prevede nessun riscatto soteriologico per l’uomo. Caratteristica fondamentale dei componimenti riuniti nelle raccolte Ossi di seppia (1925; ed. definitiva 1931), Le Occasioni (1939), La Bufera e altro (1956) è la grande ricchezza di simboli e metafore, spesso di oscuro significato, che pervadono i paesaggi naturali e s’interrogano sulle grandi domande esistenziali dell’uomo. Si riferiscono anche ad una misteriosa, salvifica presenza femminile, l’unico tramite verso un mondo ultraterreno di cui si dubita l’esistenza, pur conservandone il desiderio.

A partire dal volume Le Occasioni l’atto poetico ha origine da dettagli e oggetti che hanno attirato l’attenzione del poeta senza tuttavia che ne sia svelata l’ “occasione”, la quale ha motivato l’accensione poetica. Nel linguaggio poetico di Montale, sempre di alto livello, convivono l’aulico e il prosaico che, preminente nelle ultime raccolte Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), Altri versi (1981), assumerà toni colloquiali nel ricordo affettuoso e nostalgico della moglie, Drusilla Tanzi, morta nel 1963, a cui il poeta dedicherà il volume Xenia (1966), più tardi confluito in Satura.

Se la sua poesia non può essere etichettata, Montale tuttavia può essere definito il poeta del disagio esistenziale e del disincanto dell’uomo moderno, che non s’affida più alla speranza di una salvezza ultraterrena.

Dopo questo interessante contributo, scopriamo invece chi è Angiolo Silvio Novaro.

Angiolo Silvio Novaro, l’Accademico d’Italia

Angiolo Silvio NovaroNato e morto in Liguria, vissuto dalla seconda metà dell’800 alla prima metà del ‘900, Angiolo Silvio Novaro è spesso ricordato per le sue filastrocche. La madre era un’imprenditrice olearia, di cui prese presto il posto. Nonostante questa attività, ebbe una vita molto riservata. Letterato verista, pittore, poeta lirico, politicamente socialista, fu molto noto per la sua produzione artistica (Esposizione generale italiana di Torino nel 1884), letteraria ed il suo attivismo politico. Fu molto amico di Verga, D’Annunzio, Moretti, Quasimodo e Montale.

Come capita per alcuni poeti, specialmente in ambito napoletano, anche per il Novaro ci fu una collaborazione con alcuni compositori, che musicarono i suoi versi. Diresse, insieme al fratello, la rivista La Riviera Ligure. Visse il dolore della perdita del figlio nella Prima Guerra Mondiale, tanto da scrivere Il fabbro armonioso, uno dei libri più toccanti della nostra letteratura. Nominato Accademico d’Italia nel 1929, prese le distanze dal fascismo.

La dedica a Montale

Questa poesia è tratta dalla silloge Il piccolo Orfeo del 1929. Leggiamola insieme:

A Montale

Si dice, Eugenio, che non hai saputo
guardare oltre la muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.


Per me quell’OLTRE tu l’hai percepito
l’hai collocato nel luogo sconosciuto
dove vapora la vita quale essenza.


Ora che vivi tra bionde trasparenze
il tuo messaggio sul futuro si è chiarito.


Non mostreremo più
agli azzurri specchianti del cielo
l’ansietà del volto giallino.


Vivremo un nuovo destino
come fiori impazziti di luce.

Notiamo da subito l’amicizia che intercorre tra i due poeti, palesata dall’invocazione del primo verso ad Eugenio, con il nome e non il cognome del poeta. Il richiamo leopardiano, in cui la muraglia ricorda l’ermo colle dell’Infinito, sottintende una marcata differenza dal testo del poeta di Recanati: se per Leopardi c’è la possibilità di aprirsi all’immaginazione ed al pensiero filosofico, la muraglia del Montale, tratta da Meriggiare pallido ed assorto, è invece irta di cocci aguzzi di bottiglia che non permette né di lasciare libera l’immaginazione né di andare oltre la barriera. Inoltre il Notaro sottolinea come l’Oltre montaliano è in un luogo sconosciuto, l’Aldilà o il Paradiso, dove finalmente il Montale ha trovato la pace. Non solo quella. Un problema che riaffiora nelle parole il tuo messaggio sul futuro si è chiarito, dimostra l’incomunicabilità e l’ineffabilità del pensiero umano in vita che diventa invece palese solo dopo la morte.

Un concetto molto complesso che ha origine con Dante, spesso in crisi per poter descrivere con le parole umane l’indefinibile. Inoltre, l’ansia del lavorio intellettuale e poetico (l’ansietà del volto giallino), delle battaglie culturali, delle incomprensioni che tanto si sono calcificate nel male di vivere sono svanite grazie ad Eugenio, che ci ha permesso di prendere coscienza di un nuovo modo di vivere; ora sì che possiamo essere completamente inondati dalla luce, che rappresenta, in questo caso, la felicità dell’anima umana che ha distrutto il fosco mal di vivere, tanto doloroso per il nostro Eugenio Montale.