Fase2: l’impatto delle mascherine sanitarie, il prossimo allarme sarà ambientale

Terra con coronavirus

Con l’inizio della fase 2 la richiesta di mascherine aumenta sempre di più. Le mascherine sanitarie, che in questo periodo di pandemia abbiamo imparato a conoscere, ci proteggono ma hanno anche un elevato impatto ambientale.

Il Covid19 oltre a causare un’emergenza sanitaria e una crisi economica rappresenta anche un elemento che porta e porterà a gravi problemi di inquinamento, causando cambiamenti che con il passare del tempo saranno sempre più evidenti. La produzione e il consumo delle mascherine è aumentato esponenzialmente, solo in Italia il fabbisogno mensile è di almeno 100 milioni.  Le mascherine sono realizzate per la maggior parte con materiale plastico come il polipropileneche non è biodegradabile.

Il problema principale riguarda lo smaltimento, come spiega il ministro della salute italiano- le mascherine non sono un prodotto riciclabile. Non per il momento almeno.

Nessuno ha ancora pensato ad una raccolta apposita: neppure per le mascherine dei soggetti positivi al coronavirus che si curano in casa. La loro carica virale imporrebbe uno smaltimento speciale, come per i rifiuti ospedalieri, mentre al momento il ministero dice soltanto di metterle nell’indifferenziata «chiudendo tali rifiuti in due o tre sacchetti, uno dentro l’altro».

E’ importante cercare di non gettare mascherine per strada, cosa che già sta avvenendo, per cercare di non peggiorare una situazione già di per se preoccupante; infatti nessuno può dire che un giorno queste mascherine non andranno a riversarsi nei mari. E’ proprio quello che sta succedendo ad Hong Kong in cui i ricercatori hanno scoperto centinaia di face mask trasportate dal mare; secondo quanto riportato dall’Associazione Oceans Asia le mascherine sono arrivate nelle acque delle isole disabitate di Soko, a largo di Hong Kong, già alla fine di febbraio.