Fatte non foste per viver come “Giornaliste sul pisello & dintorni” ma per seguire virtute e conoscenza

Il nuovo libro della giornalista Francesca Nardi racconta fatti e misfatti del mondo politico e sociale

Caserta – Il libro di Francesca Nardi, Giornaliste sul pisello & dintorni, è il nuovo lavoro della giornalista, cronista e scrittrice di origini toscane che da molto vive a Caserta e da sempre ama questa città, questo territorio che fa parte ormai della storia della sua quotidianità dedicata al suo mestiere, missione e passione, che svolge da tanti anni nell’essere o tentare di essere sempre dalla parte del giusto, della verità per dare voce alla parte più debole e inerme della società. Infatti, sostenendo che, il giornalista per avere uno sguardo neutro e fare luce sulla realtà non possa permettersi un giudizio soggettivo, dice che “ ho imparato a vivere fuori da me per non correre il rischio di giudicare… La predisposizione al giudizio affranca dalla possibilità di vedere al di là delle cose.”

Ma chi è la protagonista, Franceschella (come la chiamava il suo stimatissimo direttore Scialla), col suo fuoco sacro per questa professione, dalle sue origini nel muoversi in questo mondo complicato, ostico, dove si lavora senza essere pagati? Oppure la provincia casertana con la sua storia politica e sociale? Sicuramente il titolo è la chiave di lettura di tutte le pagine di questa raccolta di “memorie indelebili… cristalline e torbide” che Francesca Nardi ad un certo punto della sua esistenza raccoglie, evidentemente dai suoi diari in cui ha fissato i suoi pensieri solitari e silenziosi, rabbiosi e coraggiosi, sofferenti ed insofferenti, nostalgici e ribelli, che si erano accumulati in fondo al suo cuore, in fondo al suo stomaco e che l’esperienza e lo stratificarsi del tempo le hanno permesso di osservare in modo diverso, per decidere di metterli insieme e pubblicarli senza reticenze e titubanze, proprio nel momento in cui l’illusione e l’impotenza hanno ceduto il posto al disincanto; perché “ aver assistito senza profferire verbo alle carriere sciorinate senza vergogna né uno schizzo di pudore, in faccia al merito di quanti o quante non hanno avuto , né voluto, santi in paradiso cui rivolgersi, non significa privarsi del privilegio e del gusto di raccontare le gesta delle “giornaliste sul pisello”. Tacere persino nel crepuscolo dell’esistenza..sarebbe veramente troppo… e poi, perché mai?”

Una particolarità che si evince nella scrittura della Nardi è che qui adotta spesso l’uso dei puntini sospensivi, che coincide con la figura retorica dell’aposiopesi; ma non corrispondono a titubanza o imbarazzo, piuttosto riproducono quell’andamento spezzato e ricco di pause tipico della lingua parlata. Infatti, leggendo le sue frasi e soffermandoci sulle sue parole, la possiamo sentire vicina con la sua voce esattamente col suo timbro ed il suo colore, quasi come se ci stesse di fronte a raccontarci quegli aneddoti così, usciti dai suoi ricordi, come “particelle di memoria” con le sue “illusioni trascorse” e i suoi “sogni consumati e resistenti”.

La favola de “La principessa sul pisello” di Andersen  la conosciamo tutti, ma qui non si parla evidentemente di principesse che stanno scomode su venti materassi e venti cuscini di piume (disturbate nel loro sonno), perché è stato messo sotto a questa pila smisurata un pisello per avere la conferma o la smentita della valenza e dell’autenticità del loro sangue blu; qui si tratta di giornaliste, di quelle giornaliste (non tutte fortunatamente), che di questo seme di baccello posto sotto non se ne sono accorte o evidentemente non avevano una pelle delicata abbastanza quando dovevano raggiungere degli obiettivi come raccomandazioni, posti di rilievo e carriere luccicanti usando il loro corpo come passe-partout apripista.

La Nardi, denunciando queste carriere ottenute senza né meriti né sacrifici, rimanda al tema sempre attuale della donna nella società. Ogni donna viene ancora posta, nonostante abbia combattuto e ottenuto molti diritti, su un livello inferiore rispetto a quello dell’uomo: sia per cultura sia a causa della donna stessa. Non dimentichiamo ad esempio che nel mondo del lavoro, quando si ricercano figure femminili, ancora troppo spesso è sottolineata la richiesta (quasi come la sola e fondamentale delle competenze, formazioni e intelligenze) come unica, necessaria ed importante: la bella presenza. Ma la colpa è anche della donna, spesso ancora troppo compiacente, che decide di sottomettersi spontaneamente al potere maschile accettando compromessi, azzerando così ogni possibilità di dimostrare soprattutto a se stessa il proprio valore e bravura. Quel tipo di donna si tarpa così da sola le proprie ali umiliandosi e negandosi l’impagabile piacere e soddisfazione di assaporare il gusto del successo e del traguardo raggiunto onestamente e con le sole proprie forze: formativo per se stessa e necessario per costruire rapporti umani di solidarietà veri e duraturi, fondamentali per produrre esempi e valori sociali.

Questo libro diventa in questo modo un monito affinché la femminilità non sia un mezzo di scambio, ma un valore aggiunto per ogni donna; affinché si svesta, non degli abiti per concedere il proprio corpo nei sedili posteriori, negli angoli degli uffici e dei bagni, in cambio di favoritismi, bensì di quella patina inutile e dannosa di condiscendenza e disponibilità per difendere così l’unica forza della femminilità che è quel quid in più dovuto a quell’intuito, quell’energia, quella sensibilità, perseveranza, che solo una vera donna può coniugare con dolcezza e severità. La Nardi incarna, nei tratti distintivi dell’inflessibilità e della morbidezza del suo carattere, senza ombra di dubbio, questo tipo di donna da prendere come modello, le cui doti le conferiscono la capacità di essere più profonda ed incisiva in ogni tipo di analisi ed indagine, fino a permetterle di toccare gli argomenti più delicati e complicati. Insomma  è un bene che ci siano, nel rispetto reciproco dei due mondi – quello maschile e quello femminile – differenze e distanze come punti di forza e non di debolezza.

Il libro della Nardi è sì un libro che si legge tutto d’un fiato, perché piacevolissimo in cui immergersi anche come narrazione biografica e  racconto-romanzo realistico, però ciò non significa che sia un libro di facile lettura. Perché quando l’autrice sottintende persone e luoghi sostituendone per necessità nomi veri con nomi inventati o alterati (lasciando intatti i fatti) , è più facile individuarli, identificarli e riconoscerli da chi quel periodo politico, quel periodo storico-recente l’ha vissuto e l’ha registrato nella memoria. Per cui può apprezzare maggiormente quella verità che Francesca porta sempre in superficie (quella verità difficile e scomoda che è il motivo della passione a cui ha dedicato la sua esistenza), riuscendo a tradurre con precisione quei nomi inventati, traslarli dunque nello scenario realmente accaduto e rivedendo-riconducendo tutto il racconto nella luce tagliente e spietata, come lo sguardo irriducibile ed insofferente della Nardi, credo abbia proprio in quel modo avuto intenzione di rimettere in scena, evidenziando  quella realtà trascinandola, così, fuori dall’oscurità.

Invece per chi non ha la stessa puntuale conoscenza di quei fatti storici e politici della città di Caserta, perché non li ha potuti vivere neppure indirettamente, ne apprezzerà comunque la lettura soprattutto per la capacità della Nardi di difendere sempre e comunque la verità mettendo sotto al riflettore come imputati tutti quegli imbrogli, favoritismi, corruzioni, collusioni, ricatti , prepotenze traslando la provincia di Caserta in una dimensione lillipuziana che, come un microcosmo, rispecchia esattamente ciò che accade nel resto del paese, dell’Europa e quello che accade a livello  mondiale. “ Ma ciò che qui è avvenuto e avviene tuttora non è che la sintesi di ciò che in maniera sofisticata è avvenuto ed avviene altrove e, in virtù dei “corposi” lubrificanti del silenzio, tarda ad esplodere”

Da cioè al lettore, in quest’altro tipo di lettura-osservazione, una visuale globalistica che però non è mai generica e superficiale, permettendogli di coglierne perfettamente quegli ingranaggi-aspetti viscidi e astuti di un mondo sotterraneo potentissimo. “Tante piccole lobbies individualiste, assolutamente incentrate sugli interessi singoli a dispetto del resto del mondo, uccidono lentamente il pensiero di questo Paese e ne distruggono l’anima civile”.

Questa particolarità del testo della Nardi concede una duplice lettura che spinge a rileggere il suo libro, non solo per comprenderlo meglio quasi fino a tentare il lettore di osare di chiedere all’autrice di fornire dettagliatamente nomi e luoghi, ma per interrogarsi e ripercorrere un passato non troppo remoto in cui rintracciare, proprio in quegli aneddoti, le cause delle condizioni e dei malesseri attuali del nostro territorio.

Francesca Nardi, come persona esemplare ha dato la dimostrazione di come, pur essendo una donna affascinante, non abbia mai avuto bisogno di usare tecniche di seduzione per farsi strada nella sua carriera autenticamente costruita su sacrifici, impegno, dedizione, rinunce e scelte, permettendole di procedere sempre a testa alta sia come giornalista che come moglie e madre. Insomma, per quanto possa essere considerata la Crudelia De Mon del giornalismo, è ritenuta una professionista estremamente pura e completa nella sua austerità.

In ultimo, alla fine del libro, la Nardi è riuscita completamente nel suo intento: quello di “rendere giustizia all’intelligenza e omaggio all’onestà intellettuale per esorcizzare l’offesa di ieri, di oggi e quella che verrà”  lasciandoci davvero percepire l’odore di quella viola del pensiero racchiusa tra le sue pagine come messaggio indelebile ed eterno.