Federico II, l’imperatore che fece grande il Meridione d’Italia

Federico II
Federico II, particolare di una statua a Jesi

Nato a Jesi il 26 dicembre 1194, da Enrico VI Hohenstaufen e Costanza D’Altavilla,  morto a Fiorentino di Puglia, il 13 dicembre 1250, Federico II è stato imperatore del Sacro Romano Impero, nonché re d’Italia, carica, quest’ultima, avuta per diritto di successione, sebbene l’incoronazione non sia mai avvenuta.

Erede di vasti possedimenti nell’Europa centrale e di tutta l’Italia meridionale, Stupor mundi, meraviglia dell’umanità, così era a buon diritto chiamato, dimostrò di essere un sovrano molto diverso da quelli dell’epoca.

Istruito, sagace ed estremamente scaltro, sin dalla giovinezza dovette fronteggiare problematiche che avrebbero messo in ginocchio chiunque altro: a nord, in Germania, le lotte intestine fra i potentati locali, l’ingerenza del papato nella questione meridionale, in particolare da parte di Innocenzo III, e la complessa amministrazione della Sicilia, terra splendida e vero e proprio melting pot di popoli e culture che, tuttavia, era dilaniata al proprio interno dai malumori dei baroni, i quali avevano mal sopportato il passaggio della loro terra alla giurisdizione degli svevi.

Federico, incoronato imperatore a soli 18 anni, facendo leva su una politica diplomatica oculata e, nel complesso pacifica, riuscì a guadagnarsi prestigio combattendo al fianco di Filippo Augusto di Francia durante la trionfale battaglia di Bouvines del 1214 che, difatti, mise fuori dai giochi Ottone IV di Brunswick, l’ultimo rivale  in Germania dello Staufen.

Il capolavoro politico dello Svevo, tuttavia, avvenne nella primavera del 1228 quando, dopo molti tentennamenti, spinto da papa Gregorio IX, intraprese la sesta crociata in Terrasanta, che, però, ebbe un esito clamoroso: Gerusalemme fu conquistata senza colpo ferire. Federico, infatti, stipulò con il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, un trattato che donava la città santa ai crociati, facendo eccezione per la moschea di Umar, ritenuta dai cristiani il tempio di re Salomone.

Il papa  era indispettito dalla scaltrezza e dal prestigio raggiunti dallo Staufen, il quale stava compiendo il proprio disegno di egemonia in Italia che avrebbe chiuso lo stato pontificio in una morsa. Il vicario di Cristo, allora, optò per la scomunica nei confronti di Federico, accusato di essere sceso a patti con gli infedeli, cosa ignominiosa per un sovrano cristiano. E così, paradossalmente, fu indetta una guerra santa contro il conquistatore di Gerusalemme.

A pesare sul capo dello Svevo erano anche gli stretti legami intrecciati alla corte palermitana con sapienti arabi, la vera intellighenzia filosofica e scientifica nel mondo di allora, senza contare il suo harem e il fatto che si servisse di milizie mercenarie saracene.

La congiura ordita contro di lui dal figlio Enrico, i contrasti con la Lega Lombarda, tuttavia sconfitta a Cortenuova nel 1237, fecero sì che la stella dell’imperatore cominciasse ad offuscarsi.

La disfatta subita alle porte di Parma dopo sei mesi di assedio, nel 1248, e la condanna del suo protonotaio, il fidatissimo Pier Delle Vigne, nel 1249, segnarono il crollo definitivo dell’imperatore, il quale sarebbe morto nella sua amata Puglia solo un anno più tardi. Oggi riposa nella cattedrale di Palermo. A causare il declino di Federico fu anche la mancanza della perizia militare che aveva contraddistinto suo nonno, il Barbarossa.

Egli, tuttavia, era un politico sottile, a tratti geniale, un raffinatissimo intellettuale, nonché uomo liberale e straordinariamente curioso.

Sin dalla più tenera età, amò circondarsi di sapienti arabi e giudei, si appassionò ad una nuova scienza, l’astrologia, insegnatagli dallo scozzese Michele Scoto e, soprattutto, favorì la nascita della prima scuola poetica in Italia, la scuola siciliana, il cui membro più famoso fu Giacomo da Lentini, probabilmente l’inventore del sonetto.

«…Qualunque cosa gli italiani scrivano, viene chiamato siciliano…»

(Dante Alighieri, De vulgari eloquentia)

Ma non solo: Federico stesso amava poetare. Questo sonetto, incentrato sul significato di nobiltà, ne è un esempio:

Misura, providenzia e meritanza
fanno esser l’uomo sagio e conoscente
e ogni nobiltà bon sen[n]’avanza
e ciascuna ric[c]heza fa prudente.
Nè di ric[c]heze aver grande abundanza
faria l’omo ch’è vile esser valente,
ma della ordinata costumanza
discende gentileza fra la gente.
Omo ch’è posto in alto signoragio
e in riccheze abunda, tosto scende,
credendo fermo stare in signoria.
Unde non salti troppo omo ch’è sagio,
per grande alteze che ventura prende,
ma tut[t]ora mantegna cortesia.

Il fatto che un sovrano mettesse in discussione la comune interpretazione di nobiltà, vincolata al censo, fa di Federico un politico estremamente all’avanguardia.

Senza dimenticare la fondazione dell’università a Napoli, il 5 giugno del 1224, finalizzata a creare un’efficiente classe di burocrati e legislatori, la quale contribuirà, nel 1231, alla promulgazione del Liber Augustalis, meglio noto come Costituzioni melfitane, che favorirono il processo di accentramento del potere ed abolirono pratiche barbare come l’ordalia. Federicò intrecciò rapporti epistolari con sapienti mori come Ibn Sab, grande conoscitore della filosofia aristotelica, mantenne relazioni con maestri ebrei come Giacobbe Anatoli, Giuda ben Salomone ha-Cohen o Samuel ben Judah ibn Tibbon, medico e teologo. La tolleranza religiosa dello Svevo, ovviamente, si estendeva anche al diritto:

“A Ebrei e Saraceni concediamo le medesime garanzie perché non vogliamo che innocenti vengano condannati soltanto perché Ebrei o Saraceni”

Pur essendo cattolico, ma definito eretico dal papa, lo Staufen non rinunciava a mettere in discussione le proprie certezze filosofiche e religiose con sapienti appartenenti ad altre culture, lanciandosi in dotte esegesi e dispute, come quella ricordata da Anatoli, concernente la materia originaria dell’universo, che secondo l’imperatore si formò da una sostanza prima unica e preesistente.

Tra le tante cose, Federico fu anche etologo, amava gli animali esotici donatigli dai potentati orientali, e falconiere. Fu proprio la passione per la caccia con il falcone a causarne la rovina: per recarsi ad una battuta di caccia, a Parma, stupor mundi si allontanò dall’accampamento e le truppe nemiche, quindi, procedettero all’attacco definitivo.

L’imperatore fu anche autore di un trattato noto come De arte venandi cum avibus, Sull’arte della caccia con gli uccelli.

L’avventura terrena di Federico è il simbolo della caducità della fortuna, prima amica e poi avversaria, come avrebbe detto Severino Boezio nel De consolatione philosophiae. L’ottimo uso della ragione e l’umanesimo che fecero di Federico un sovrano di cui tuttora la storiografia dà un giudizio molto positivo, tuttavia, hanno fatto sì che ad oggi fossero ancora molte le tracce del suo operato: l’università di Napoli o Castel del monte, simbolo del grande interesse ingegneristico dell’imperatore, tanto per citarne alcune.

Un uomo sfortunato? Forse sì, ma con un destino che, secondo la morale antica, gli avrebbe conferito l’immortalità: il secolare ricordo dei posteri. Un uomo che rappresentava un mondo forse troppo avanti.

L’uomo è un mondo in miniatura. (Severino Boezio)

 

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