Un macigno sulla credibilità dell’ONU e sull’idea stessa di diritto
Ci sono notizie che passano in sordina e altre che segnano una frattura. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti a Francesca Albanese appartengono alla seconda categoria: non un provvedimento tecnico né una misura amministrativa come tante, ma un atto che pesa come un macigno sulla credibilità delle Nazioni Unite e sull’idea stessa di diritto internazionale.
Albanese non è un’oligarca russo, non è un narcotrafficante, non è un signore della guerra: è una giurista italiana, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Il suo “reato”? Aver scritto rapporti che denunciano l’occupazione israeliana e aver sostenuto la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, con analisi che si sono rivelate insopportabili per una parte dell’establishment politico e militare occidentale.
L’Executive Order n. 14203, emanato a Washington, ha trasformato le sue parole in una minaccia: congelamento dei beni, divieto di ingresso, interdizione da rapporti finanziari con soggetti statunitensi. Una misura che, se appare compatibile con il diritto interno americano, collide frontalmente con la Convenzione ONU del 1946 sui privilegi e immunità, che tutela l’indipendenza degli esperti incaricati dall’Organizzazione e garantisce immunità funzionale per gli atti compiuti nell’esercizio del mandato.
Qui sta il primo crinale: una potenza che si ritiene legittimata a sanzionare un esperto ONU non per ricchezza illecita o violenza politica, ma per un giudizio giuridico; l’Organizzazione che protesta invocando i suoi principi; e una comunità internazionale che assiste, spesso divisa, a un braccio di ferro in cui la ragion di Stato pretende di piegare la trama delle regole comuni. È un gesto che non si esaurisce nell’annuncio, perché investe la struttura stessa del sistema di protezione dei diritti umani.
L’articolo 100 della Carta delle Nazioni Unite prescrive che i funzionari internazionali non ricevano istruzioni da alcuno Stato membro e che gli Stati si astengano da ogni forma di pressione; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito che la protezione dei funzionari ONU è norma consuetudinaria, parte integrante dell’ordinamento internazionale. Eppure, con le sanzioni ad Albanese, Washington inaugura un precedente che molti giuristi definiscono lawfare: l’uso del diritto come arma geopolitica.
Non è soltanto un conflitto tra norme, ma un attacco all’architettura stessa della giustizia internazionale, che ha senso soltanto se preserva l’indipendenza dei suoi esperti. Non è un episodio isolato: nel 2020, giudici e procuratori della Corte Penale Internazionale furono colpiti da misure analoghe per le indagini sui crimini commessi in Afghanistan; ma il caso Albanese segna un salto di qualità, perché per la prima volta un relatore speciale dell’ONU viene sanzionato per un rapporto ufficiale.
Il parallelo con figure come Richard Falk, John Dugard o Navi Pillay è inevitabile: tutti hanno subito accuse di parzialità per le loro posizioni critiche verso Israele; e tuttavia mai si era giunti a un atto tanto diretto e punitivo.
Sullo sfondo si muove la grande discussione culturale: correnti critiche come il TWAIL (Third World Approaches to International Law), la riflessione postcoloniale, l’eredità di Edward Said e Frantz Fanon; e, dall’altra parte, chi denuncia la “colonizzazione ideologica” delle Nazioni Unite da parte di accademici radicali.
È vero che Francesca Albanese ha studiato alla SOAS di Londra, istituzione nota per i suoi programmi critici e postcoloniali; ma ridurre la sua figura a un prodotto ideologico significa ignorare la sostanza giuridica dei suoi rapporti, che si fondano su norme e convenzioni internazionali largamente condivise e su una prassi di documentazione dei fatti che non può essere liquidata con un’etichetta.
La guerra a Gaza, le accuse di genocidio, le indagini della Corte Penale Internazionale, la peculiare situazione per cui Israele è l’unico Stato al mondo ad avere un relatore speciale permanente dedicato a indagare sulla sua condotta: tutto concorre a rendere la questione israelo‑palestinese il terreno più sensibile del diritto internazionale contemporaneo, e insieme il più esposto alle pressioni politiche.
Etica pubblica e memoria giudiziaria. Parole che dividono, principi che uniscono
In Italia, il caso ha acceso un dibattito intenso, che travalica il perimetro della cronaca e tocca la coscienza civile. Alessandro Orsini, sociologo e analista, ha scritto su Facebook: «Nessuna persona mi rende fiero di essere italiano come Francesca Albanese. La sua intelligenza, la sua cultura, il suo coraggio, dovrebbero essere d’esempio a tutti i giovani italiani». Parole che trasformano Albanese in simbolo pedagogico e morale, incarnazione di un’Italia che osa sfidare i poteri forti in nome dei diritti umani, e che reclamano un protagonismo civile quando il diritto è in gioco.
Di segno opposto le parole di Giulio Meotti, che su Il Foglio – sabato 18 ottobre – ha denunciato la “colonizzazione ideologica” delle Nazioni Unite da parte di accademici radicali, accusando i relatori speciali di essere «accademici attivisti impegnati in campi di studio radicali che considerano Israele un’entità colonialista, imperialista e razzista». Due visioni inconciliabili: da un lato l’eroina civile, dall’altro il volto di un’ONU politicizzata. Eppure il punto non è scegliere una curva; è capire quale idea di giustizia intendiamo difendere.
Se un relatore speciale può essere colpito con sanzioni per aver denunciato presunti crimini di guerra, quale spazio resta per l’indipendenza del diritto internazionale? Gli esperti parlano di chilling effect: un effetto raggelante che rischia di intimidire altri funzionari ONU, scoraggiandoli dal denunciare violazioni. Il rischio è che il sistema dei mandati speciali si trasformi in un condominio litigioso, dove i più forti decidono chi può parlare e chi deve tacere.
Qui l’etica pubblica si intreccia con la memoria giudiziaria del nostro tempo: quando Nelson Mandela fu processato a Pretoria, il diritto sudafricano era formalmente legittimo, ma sostanzialmente ingiusto; quando Augusto Pinochet fu arrestato a Londra nel 1998 su mandato del giudice spagnolo Garzón, il mondo scoprì che la giustizia universale poteva bussare alla porta di un dittatore; quando Carla Del Ponte indagò sui crimini nei Balcani, subì attacchi e delegittimazioni, ma la sua opera contribuì a fondare la memoria giudiziaria di un continente.
Francesca Albanese si colloca in questa linea di frattura: non una martire, ma una testimone di quanto il diritto possa essere fragile e potente al tempo stesso, e di come la parola del giurista, se documentata e argomentata, meriti protezione non per ragioni di convenienza, ma per il patto morale che regge la comunità internazionale. È altrettanto vero che la critica alla politicizzazione non può essere liquidata: il pluralismo delle correnti – dal garantismo alla dottrina postcoloniale – convive con i rischi di parzialità e di uso della tribuna ONU come palcoscenico di militanze. La differenza, però, la fa il metodo: nel diritto, i fatti, le norme, le prove, il contraddittorio; non gli anatemi.
Le università citate come centri di indottrinamento – dalla Columbia alla SOAS – sono anche luoghi di dibattito e di revisione critica, dove il rapporto fra donazioni e libertà accademica va indagato con serietà, senza scorciatoie. La linea del dovere, per chi ricopre un mandato, resta la stessa: indipendenza, sobrietà, adesione alle fonti, rispetto dei diritti umani senza distinzione di parte. Se questa linea è violata, esistono strumenti di accountability; se è rispettata, la protezione deve essere piena.
In mezzo, c’è la politica. Ed è qui che il caso Albanese fa emergere l’essenziale: il diritto internazionale ha senso soltanto se gli Stati accettano di rinunciare a una quota della propria forza per aderire a regole comuni. Se invece la forza prevale, le regole si svuotano. E con esse la nostra fiducia.
La posta in gioco è difendere il diritto o arrendersi alla forza
Il caso Albanese non riguarda soltanto una giurista italiana, ma l’intero equilibrio del sistema internazionale. Se le immunità ONU vengono ignorate, se i relatori speciali diventano pedine sacrificabili, allora il diritto internazionale perde la sua funzione di argine contro l’arbitrio, e la giustizia globale si riduce a simulacro. La vicenda segna un bivio: o la comunità internazionale difende l’indipendenza dei suoi esperti, o accetta che la legge sia piegata agli interessi dei potenti.
In entrambi i casi, Francesca Albanese resterà un nome inciso nella storia: simbolo di una battaglia che non è solo legale, ma profondamente politica e morale. Tutto questo accade mentre la scena mondiale mostra la sua parte più inquieta: conflitti che si rinnovano, diritti calpestati, opinioni che si radicalizzano, università che litigano sul canone e sul colonialismo, governi che misurano il consenso in base alla durezza delle loro reazioni. Ma nessun Paese, neppure il più potente, può permettersi di rinnegare la grammatica minima della convivenza internazionale senza indebolire se stesso.
Difendere le immunità funzionali non è un favore personale; è il patto che consente all’ONU di esistere come luogo di tutela, non come mercato di sanzioni. Sostenere l’indipendenza dei relatori non è un atto di schieramento; è il modo in cui preserviamo la possibilità di dire ciò che è scomodo quando è necessario.
La domanda finale è semplice e terribile: vogliamo un diritto che protegga i deboli, o un diritto che serva i forti? La risposta passa anche dal destino di Francesca Albanese, e dal coraggio delle istituzioni – italiane e internazionali – di ricordare che la forza, da sola, non fa giustizia. Se il diritto internazionale è lo specchio della coscienza del mondo, allora è tempo di guardarci: senza indulgere alla faziosità, senza smarrire il metodo, senza rinunciare alla dignità delle regole che ci tengono insieme.








































