Furti nelle case e cavalli di ritorno, sgominata banda attiva in mezza Campania: 18 arresti

I carabinieri della Compagnia di Caserta, tra la provincia di Terra di lavoro e quella di Napoli, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza applicativa di 18 misure cautelari, emessa dal gip su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di sedici albanesi e due italiani, indagati a  vario titolo per concorso nei delitti di furto e rapina aggravati. Undici persone sono finite in carcere, una agli arresti domiciliari e sei sono state sottoposte all’obbligo di presentazione alla Pg e contestuale obbligo di dimora nel comune di residenza.

Le indagini sono scattate nel 2015 dopo numerosi episodi di rapine in abitazione nei comuni dell’agro caleno che talvolta erano accompagnati da vere e proprie aggressioni nei confronti delle vittime. In particolare le indagini sono partite dopo una rapina avvenuta a Liberi, nel corso della quale i malviventi avevano ingaggiato una violenta colluttazione con un amico dei proprietari di casa che, trovandosi all’interno dell’abitazione, aveva reagito mettendo i malviventi in fuga. I carabinieri in quell’occasione avevano trovato in casa numerose tracce di sangue riconducibili ai rapinatori che erano state poi refertate e inviate al reparto investigazioni scientifiche, permettendo di identificare tramite il dna due cittadini albanesi.

In tal modo si è scoperto, dopo lunghi servizi di pedinamento e osservazione, che i due indagati si erano resi responsabili di 5 rapine aggravate e 34 furti in abitazione tra Lazio e Campania. L’episodio più cruento nel maggio 2017 quando durante un furto in abitazione a Giugliano in Campania uno degli albanesi con lo scopo di fuggire sparava verso un poliziotto libero dal servizio, che a sua volta riusciva a ferire il ladro in fuga.

Questo il modus operandi della banda. I ladri si accordavano per incontrarsi in un posto stabilito: dopo aver spento i cellulari per non farsi localizzare, i malviventi albanesi si assegnavano ruoli e compiti precisi. Poi un autista li accompagnava sul luogo del delitto e si allontanava. Solo dopo aver commesso più furti nella stessa zona, alle prime ore del mattino, i ladri contattavano l’autista per essere prelevati in un punto prestabilito: i ladri vestivano con abiti scuri, agivano scalzi per non fare rumore e portavano con loro sempre pistole o oggetti atti ad offendere.

In molti casi il gruppo esecutivo, composto generalmente da 4 o 5 persone, si impadroniva anche delle autovetture della famiglia derubata. I veicoli venivano parcheggiati in luoghi predefiniti in attesa di essere venduti a terze persone compiacenti oppure di essere restituite ai proprietari dietro pagamento del classico cavallo di ritorno. Le auto venivano rubate con le chiavi originali trovate all’interno della casa in modo da non far perdere valore alle vetture e poter quindi ottenere più denaro dalla vendita o restituzione. I due italiani erano deputati proprio al compito di chiamare le vittime e chiedere una somma di denaro per la restituzione della macchina: quando queste non erano disposte a pagare, le auto venivano consegnate a ricettatori tramite officine compiacenti.   

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