Il gatto, dall’antico Egitto alla poesia contemporanea

Il gatto, dall’antico Egitto alla poesia contemporanea

L’antico Egitto, terra di faraoni, di piramidi e di….gatti. Sì, avete letto bene, di gatti, perché essi erano esseri legati alla divinità e questo sarà il tema dell’articolo di oggi. Vi starete chiedendo: perché il gatto nero era così sacro nella terra egizia? La risposta è nel pelo; infatti il suo colore ricordava il limo che procurava fertilità ai campi e benessere agli Egiziani ma scopriamo insieme altre particolarità. La bibliografia sul gatto nell’antica religione egiziana è vastissima; le informazioni, quindi, sono tratte da diversi saggi e studi critici, il cui elenco sarebbe troppo vasto per inserirlo nell’articolo.

Il gatto tra divinazione e leggenda

Gli antichi Egizi hanno sempre rispettato e venerato il gatto, anche sotto forma di divinità. Sto parlando di Bastet (altri nomi sono Mafdet, Pakhet, Ubasti etc.), la divinità venerata a partire dal 2890 a.C., a volte presentata come un gatto dal corpo d’uomo a volte solo con l’immagine molto comune del felino.

La sua città principale era Bubastis anche detta la città dei gatti, dove vi era un loro cimitero, tramandato dalle fonti e scoperto dagli archeologi; qui i gatti venivano imbalsamati e posti nella tomba con ciotole per bere e oggetti con cui giocare. Altra dea-gatto fu Sekmet, figlia di Iside ed Osiride, con corpo di donna e testa di gatto, con nella mano l’amuleto benefico a forma di occhio, l’Udjat o Occhio di Ra, protettrice delle famiglie. Inoltre, piccola curiosità, mentre il gatto maschio cambiava la grandezza delle pupille con il sole e quindi era sacro ad Osiride, la gatta, la cui pupilla di notte sembra ingrandirsi, era legata ai cicli lunari, quindi a Iside.

Il felino domestico come animale e non come divinità veniva, invece, chiamato Myou, essere portafortuna, capace di tenere lontano i roditori dai granai, i serpenti velenosi dagli uomini e recuperare le anatre durante la caccia. Alcune bambine, inoltre, si chiamavano proprio con nomi di gatti e quando ne moriva uno era lutto nazionale e venivano imbalsamati e conservati nei templi. A livello artistico, infine, i gatti erano raffigurati dovunque, piatti, bicchieri, monili ma maggiormente su amuleti e ci sono pervenute anche sculture funerarie a forma di gatto.

L’incantatrice di Giuseppina Castaldo

È proprio in quest’ottica di magia, onirismo ed orfismo che si inserisce la poesia scelta per oggi, scritta dalla poetessa ed avvocato del Foro di Santa Maria Capua Vetere, Giuseppina Castaldo, di cui riporto il testo:

L’incantatrice

Melodia da un universo
un morbido abbraccio
fiera gratitudine
mesta solitudine
madre non per natura
beltà suprema
scultura
neri, rossi, grigi, bianchi
Gatti… e
d erano gli occhi di lei ad essere
ammaliati.

Già il titolo ci porta in un’atmosfera surreale, che, leggendo bene i versi si lega anche ad elementi terreni e diremo di vita quotidiana ‘gattifera’ se mi lasciate passare il termine. Se la protagonista della poesia inizialmente sembra essere lei a richiamare a sé i gatti soli o abbandonati, attraverso la melodia da un universo ossia il canto universale ed ammaliatore per i gatti, instaurando così un rapporto simbiotico-materno, alla fine si scopre che invece è proprio la donna ad essere stata scelta ed incantata da essi. A volte i gatti, come i cani e gli altri animali da compagnia, per le persone sole sono un vero toccasana, come insegna anche la pet therapy: proprio questo è il messaggio insito nella fiera gratitudine e mesta solitudine, inseriti nella poesia.

I gatti, a prescindere dalla coloritura del pelo, emanano allora una bellezza indefinibile, suprema la definisce la poetessa, quasi artistica, come evoca il termine scultura. Il tema centrale della poesia, quindi, apparentemente sembra l’incantantrice, la donna che riesce a far avvicinare i gatti ma in realtà è rappresentato dai gatti, in posizione icastica al terzultimo verso. Sono proprio loro, infatti, ad incantare gli uomini ed a renderli felici giorno dopo giorno.