Gemito. Dalla scultura al disegno: al Museo di Capodimonte una mostra sul grande artista “scugnizzo”

Gemito. Dalla scultura al disegno

Sarà inaugurata oggi, 10 settembre 2020, presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte, in anteprima stampa, la mostra Gemito. Dalla scultura al disegno. L’esposizione, presentata solo virtualmente lo scorso marzo a causa del lockdown, sarà visitabile fino al 15 novembre 2020.

La mostra Gemito, curata da Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano, è un progetto di Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, dove si è già svolta la prima esposizione dal titolo Gemito. Le sculpteur de l’âme napolitaine. La mostra a Napoli, città natale dell’artista, si concentrerà in modo particolare sui due grandi amori di Gemito, che sono stati anche le sue muse: la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo. Essa, infatti, rivaluta soprattutto l’ultimo periodo della sua produzione, i suoi ultimi vent’anni di vita, in cui il disegno diventa scultura. 

La vita di Vincenzo Gemito (1852-1929) ha tutti i caratteri della leggenda e sembra essere speculare al suo cognome, perché segnata da grandi sofferenze. Bambino esposto, abbandonato dalla madre e depositato nella ruota dell’Annunziata a Napoli il 17 luglio 1852, poi adottato da una famiglia povera, crescerà nelle strade del capoluogo campano, a contatto con quegli ‘scugnizzi’ che diventeranno uno dei soggetti preferiti delle sue opere. Circondato dall’affetto dei genitori adottivi, Gemito si forma lontano dalle accademie, legandosi ad artisti “ribelli” come Antonio Mancini, Giovan Battista Amendola, Achille d’Orsi ed Ettore Ximenes.

Da ragazzo, viene affascinato dalla tradizione locale presepiale delle botteghe di San Gregorio Armeno e dalla classicità dei reperti archeologici di Ercolano e Pompei, esposti al Museo Nazionale di Napoli (oggi Museo Archeologico). Molto presto viene riconosciuto come un brillante scultore: il suo Giocatore, scolpito all’età di 17 anni, fu subito acquistato dalla Casa Reale per la Reggia di Capodimonte. A 23 anni vanta una serie di busti di personaggi illustri tra cui Morelli, Verdi e Michetti.

Il suo Ritratto di Verdi lo rende famoso e viene invitato ad esporre a Parigi, capitale delle arti europee, dove il suo Pescatore con il suo realismo rivoluzionario provoca uno scandalo nel 1877. La critica grida alla bruttezza, ma il pubblico è entusiasta. La gloria arriva a soli 26 anni, in quella Parigi dove approda con l’amico Antonio Mancini, detto ‘Totonno’, e dove stringe importanti relazioni artistiche e umane con Giovanni Boldini, che lo introduce negli ambienti parigini.

Dopo l’Esposizione Universale del 1878, Gemito torna a Napoli, dove crea, grazie all’aiuto dell’amico barone du Mesnil, la fonderia a Mergellina nella quale sarà di grande aiuto ‘Masto Ciccio’, come affettuosamente chiama Francesco Jadicicco, secondo marito della madre adottiva, Giuseppina Baratta. Ma, dopo la perdita di entrambe le donne che più aveva amato nella sua vita, lo spirito di Gemito è indebolito e, passando da una crisi di follia all’altra, sarà rinchiuso prima nella clinica psichiatrica Fleurent e, successivamente, si chiuderà lui stesso in un lungo autoisolamento, per oltre venti anni, nella sua casa di via Tasso. La sua scultura si trasforma e il suo disegno si libera e si espande fino a farne uno dei più grandi disegnatori del suo tempo (es. i ritratti dei figli dell’albergatore Bertolini, esposti ora a Philadelphia).

La mostra mette in luce, in modo particolare, i stretti rapporti di Gemito con altri artisti europei di inizio Novecento ed è suddivisa in nove sezioni in cui le opere sono esposte cronologicamente. Due sezioni sono dedicate a Mathilde ed Anna. La mostra si conclude con il lavoro contemporaneo dei fratelli napoletani Luciano e Marco Pedicini, un dittico fotografico dal titolo Paesaggi espositivi, che mette a confronto le opere di Gemito con il paesaggio della Napoli di oggi, evidenziando l’immutabilità dei volti dei bambini della città nel tempo: il volto scarnifcato di Ael, bambina rom che campeggia gigantesca sulla facciata cieca di un palazzo di Ponticelli, opera dello street artist Jorit Agoch che rimanda alla piccola Zingara di Gemito. Con la morte dell’artista, avvenuta nel 1929, Napoli diventa una città orfana per la perdita del suo celebre scugnizzo; colui che sapeva scavare nelle profondità dell’animo umano e riprodurre volti, emozioni e sentimenti universali che ancora oggi vivono, non solo nel capoluogo partenopeo, ma in tutti noi.