Gianfranco Paglia denuncia le minacce ricevute via social: “La rete non è una zona franca”

Gianfranco Paglia
Tenente Colonnello Gianfranco Paglia
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Un uomo che nel 1993, a Mogadiscio, ha preso tre proiettili per salvare quattro commilitoni ed è finito su una sedia a rotelle per il resto della vita, deve oggi spiegare pubblicamente perché non ha paura delle minacce di morte che gli arrivano da chi, di solito, in vita sua ha rischiato al massimo un dito ustionato friggendo le patatine.

Il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto, ha dovuto presentare una denuncia formale alla Magistratura perché su internet — che per alcuni resta ancora, chissà perché, terra di nessuno — gli sono arrivati “espliciti riferimenti all’uso di armi da fuoco” e “insulti di inaudita volgarità”. Il titolo che ha scelto per il suo comunicato è un programma politico in sette parole: “La rete non è una zona franca”. Verrebbe da aggiungere: peccato che qualcuno debba ancora spiegarlo.

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Ripercorriamo i fatti, che a forza di essere raccontati a puntate rischiano di perdere il filo, come tutte le storie italiane che si vorrebbero far dimenticare proprio diluendole nel tempo.

Un uomo che dice (sempre) quello che pensa

Tutto origina da un atto di elementare correttezza istituzionale scambiato per un affronto personale. L’11 agosto Paglia mette nero su bianco un concetto che qualunque manuale di educazione civica delle scuole medie dovrebbe contenere: i militari servono la Repubblica, non i governi, e tantomeno i partiti; le proprie opinioni politiche si esprimono nella cabina elettorale, in forma anonima, “come è giusto e doveroso che sia”. Aggiunge, con pazienza, che Roberto Vannacci — oggi non più generale in servizio ma deputato, per giunta fondatore di un partito tutto suo, Futuro Nazionale — non può continuare a spacciarsi per un suo superiore, visto che non lo è più da un pezzo. Chiosa con una battuta al vetriolo, definendo l’uscita di Vannacci “una bella caduta di stile” da parte di chi “pensa ancora di essere un generale in servizio”.

Il 12 agosto, poi, su Vanity Fair una lunga intervista in cui Paglia, con pudore e senza vanto e senza transige i sui princìpi, tornava a ricordare che l’esercito italiano non è un rifugio per idee sull’identità etnica buone per un comizio da bar.

Ecco, in un Paese normale questa sarebbe la cronaca di un funzionario dello Stato che fa il suo dovere. Nell’Italia del 2026, invece, diventa il pretesto per scatenare — sui social, va da sé, perché il coraggio fisico non è mai stato il forte dei “leoni da tastiera” — una gragnuola di minacce di morte contro un uomo che, per la cronaca, la morte l’ha già guardata in faccia, a trent’anni di distanza, in un pomeriggio di luglio a Mogadiscio, quando i suoi compagni Andrea Millevoi, Stefano Paolicchi e Pasquale Baccaro non tornarono a casa.

Lo stesso copione

Chi segue queste vicende da un po’ di tempo riconoscerà lo schema: si critica pubblicamente un potente (o un ex potente – ma online non fa differenza), e invece di rispondere nel merito arriva la solita orda di anonimi pronti a trasformare il dissenso legittimo in una gogna.

È lo stesso schema per cui, due anni fa, lo scontro tra Paglia e l’allora generale Vannacci — sospeso per undici mesi dal servizio per aver scritto un libro “a titolo personale” pieno di considerazioni sui gruppi etnici e sugli omosessuali che definire “divisive” è un eufemismo — si concluse con una battuta di spirito (“un fuoco di Paglia”) che oggi, alla luce delle minacce di morte, suona decisamente meno simpatica.

Da allora la storia è nota: Vannacci ha salutato la Lega, si è messo in proprio con Futuro Nazionale, è finito ovunque tranne che a rispondere nel merito delle critiche di chi, divisa addosso, gli ha ricordato che l’esercito serve il Paese e non le tessere di partito. Paglia, dal canto suo, ha continuato a fare esattamente quello che un consigliere del ministro della Difesa dovrebbe fare: ribadire, ogni volta che serve, che le Forze Armate non sono un trampolino elettorale.

La solidarietà

A fargli da sponda arriva la nota di Leonardo Nitti, segretario generale di Usmia Esercito, che ha il merito di dire una cosa semplice: si può dissentire da un’opinione senza augurare la morte a chi la esprime. “È assolutamente legittimo non condividere le sue parole”, scrive Nitti, “così come è legittimo criticarne le dichiarazioni. Ciò che non può essere accettato è il ricorso all’insulto e all’offesa personale.”

Alla fine, comunque vada la denuncia risuonano forti queste parole: “Io da soldato non ho paura di niente e di nessuno”, ha scritto Paglia chiudendo il suo comunicato, “e la Giustizia farà il suo corso senza esitazioni.”