Il Giardino Inglese della Reggia di Caserta, un capolavoro unico nel suo genere.

Giardino Inglese Reggia di Caserta

Tutti siamo al corrente della straordinaria bellezza Giardino Inglese della Reggia di Caserta, ma potremmo anche dire di conoscerlo davvero? Quello che ci appresteremo a fare è ambizioso, ma forse utile ad avere una conoscenza più approfondita di uno dei nostri fiori all’occhiello.

Nato per un capriccio della regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, che voleva competere con la sorella Maria Antonietta, che in quello stesso periodo si vantava del “Petit trianon” a Versailles, il giardino ricopre 24 ettari di terreno e si sviluppa intorno alla grande cascata.

Ad alimentare le risorse idriche del complesso è un grande impianto idraulico, che addirittura nasce a 41 km di distanza, nell’Acquedotto Carolino, inaugurato da Ferdinando IV nel 1762.

Inizialmente escluso dal progetto del Vanvitelli, l’opera fu iniziata e completata da John Graefer, giardiniere di corte.

Prima che artistico, il patrimonio del giardino è botanico: vi sono, infatti, esemplari di tasso, di cedro del Libano, di canforo, albero originario dell’Asia orientale, e di camelia giapponese.

Ma sono presenti anche grandi quantità di piante autoctone: Graefer, infatti, ne individuò tante tipologie interessanti, e fino ad allora ignorate, in tutto il territorio, dall’isola di Capri, a Gaeta, passando per Salerno e dintorni.

Ma il giardino inglese non è solo natura incontaminata, o meglio, è anche quello, ma è soprattutto frutto dell’ingegno dell’uomo. Una delle prime meraviglie che salta all’occhio, infatti, è il criptoportico.

Suggestiva camminata, esso è una finta rovina romana abbellita da diverse statue provenienti da Pompei, di recente scoperta, e costruita con la tecnica dell’opus reticolatum. Le crepe artificiali e le felci, messe ad arte, che caratterizzano il criptoportico, erano atte a suggestionare il visitatore facendogli credere di trovarsi davvero in una città romana.

E con lo stesso intento furono costruite le rovine di un finto tempio dorico.
D’altro canto, non dimentichiamoci che ci troviamo in pieno Neo Classicismo.

E rimanendo in tema, come potremmo non citare “Il bagno di Venere”? Scolpita da Tommaso Solari, si tratta di una statua della dea ritratta nell’atto di uscire dall’acqua dopo il bagno.

A rendere ancora più stupefacente il tutto, è la disinibita pudicità, diremmo un ossimoro, con cui Venere mostra tutta la propria bellezza alla natura senza vergogna, ma, al tempo stesso, non esprimendo un’ombra di vanità, sebbene se lo possa permettere. Vi è anche un’interessante palazzina destinata allo studio della botanica, che, peraltro, era stata anche abitazione di Graefer fino al 1798, anno in cui fuggì in Inghilterra dopo l’arrivo dei francesi nel regno di Napoli.

La bellezza di questo complesso, come detto prima, è evidenziata dal perfetto equilibrio raggiunto tra uomo e natura. Si tratta di un quadro così idilliaco che sembra che le due forze non si vogliano sopraffare l’un l’altra, per una volta

Questa sintesi sublime, infatti, come l’intero Complesso Vanvitelliano, è il manifesto del Neo Classicismo, cioè di quei valori di temperanza ed austerità che fanno del semplice l’elegante e dello sfarzoso il volgare.