Giornata mondiale contro la pena di morte: costretti a morire

Oggi, 10 Ottobre, si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte, istituita dall’Onu. Visto la particolarità dell’argomento e l’antichità del concetto, ho deciso di fare una breve disamina su di esso.

La pena di morte: breve profilo storico

La pena di morte, come specifica l’espressione stessa, è il diritto di uno Stato di sanzionare un colpevole togliendogli la vita. Già nel codice di Hammurabi (1792-1750 a.C.), sovrano babilonese, si utilizzava la pena di morte per punire diverse tipologie di reato. Così, pure tra gli Egiziani era in vigore, specialmente contro chi attentava alla vita del faraone. La democratica Grecia la infliggeva per diverse tipologie di reato e ricordiamo Socrate (Atene, 470 a.C./469 a.C. – Atene, 399 a.C.), innocente vittima della condanna e dell’ignoranza, costretto a morire bevendo la cicuta, solo per aver dato libertà al suo pensiero, molto diverso da quello istituzionale. Anche Roma, inizialmente con la legge delle XII tavole, decretò la leggittimità della pena di morte e rimase in vigore fino all’editto di Costantinto, del 313 d.c. In questo periodo, non possiamo dimenticare Gesù di Nazareth (Betlemme, 7 a.C.-2 a.C. – Gerusalemme, 26-36), crocifisso per vari reati, secondo le fonti antiche latine. Anche durante il Medioevo, purtroppo, la stessa Chiesa, la accettò come pena, nonostante gli antichi martirii subiti, tanto da servirsene per eliminare gli infedeli; Sant’Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430), Sant’Anselmo da Aosta (Aosta, 1033 o 1034 – Canterbury, 21 aprile1109) e Bernardo di Chiaravalle (Fontaine-lès-Dijon, 1090 – Ville-sous-la-Ferté, 20 agosto 1153) dichiararono il loro consenso alla pena di morte. Bisognerà attendere l’Illuminismo, il cui portavoce per la questione fu Cesare Beccaria (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794) nel suo celeberrimo Dei Delitti e delle Pene (1764), scritto proprio per la recrudescenza che la pena di morte stava portando in tutta Europa. Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) era contrario all’abolizione della pena di morte, in quanto non riteneva possibile la rieducazione sociale e culturale del colpevole. Il primato fra i sovrani che iniziarono ad abolire la pena di morte fu Pietro Leopoldo (Vienna, 5 maggio 1747 – Vienna, 1º marzo 1792), granduca di Toscana, col suo Codice Leopoldino del 1786. Dopo la Seconda Guerra Mondiale finalmente a livello istituzionale globale fu redatta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del 1948 e solo il 10 Dicembre 2007 la Moratoria Universale contro la Pena di Morte. Anche nella filosofia buddista la pena di morte viene condannata, a partire dal suo fondatore,  il Buddha Sakyamuni. (Lumbini, 8 aprile 566 a.C. – Kushinagar, 486 a.C.), sebbene ci furono nei secoli diversi oppositori. Gli Stati Uniti, nel 1921, entrarono nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica per la pena di morte di due vittime italiane innocenti, Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

La situazione attuale

La pena di morte è ancora attuata in moltissimi stati, a livello mondiale, senza tenere in alcun conto le attenuanti o l’età del colpevole. Amnesty International sta ancora lottando affinché essa venga abolita in tutti i paesi. L’ultimo paese che ha annullato la pena di morte è il Burkina Faso. Il problema etico-morale di fondo è che se uno Stato si fa garante del potere di vita o di morte di un individuo, che non ha rispettato la legge, commettendo un reato e sapendo benissimo a cosa andava incontro (che io chiamerei << giustificazione legale >> ossia lo Stato si giustifica dichiarando che nella propria legge è scritto che chi commette quel tipo di reato va incontro alla pena di morte), lo Stato stesso diventa un pluriomicida giustificato. Io, Stato, uccido un uomo che ha ucciso; io, Stato, uccido un uomo che ha rubato; io, Stato, uccido un uomo che ha stuprato….ma io, Stato, non permetto una adeguata difesa al cittadino colpevole (specialmente nei casi di reati contro lo Stato o quando la donna è colpevole dinanzi ad una civiltà maschilista) né permetto le attenuanti. Allora, care lettrici e cari lettori, mi domando, se nel 2018, tecnologicamente avanzato ma moralmente arretrato in alcuni aspetti, possiamo ancora accettare di giustificare istituzionalmente la pena di morte, comune ancora in molti paesi, per affermare il proprio autoritarismo? A voi l’ardua sentenza….