Il “Girotondo” di Arthur Schnitzler, censurato per oltre venti anni, è un’amara critica all’impossibilità umana di amare

Arthur Schnitzler
Arthur Schnitzler

Girotondo” di Arthur Schnitzler (1862–1931) fu messo in scena dalla compagnia teatrale di Carmelo Zambardino al Teatro Parioli di Roma il 3 gennaio del 1959. Questi gli interpreti principali: Valeria Moriconi, Marina Malfatti, Vivi Gioi, Ernesto Calindri e altri. Il soggetto del Girotondo, è composto di dieci cicli d’incontri con conclusioni amorose connesse a catena: un uomo e una donna, che provengono da diverse circostanze sociali, e ogni volta, suggeriscono un dialogo amoroso che termina in un incontro sessuale.

Uno dei due personaggi, poi, è protagonista anche del dialogo successivo, insieme a un nuovo compagno che, a sua volta, sarà poi nel dialogo seguente. Si viene così a creare un vero girotondo, in cui ogni personaggio è legato ad altri due e partecipa per due volte alle brevi scene: la prostituta e il soldato, il soldato e la cameriera, la cameriera e il giovane signore e così via. La solitudine dopo l’amplesso arriva perentoria per ogni uomo e ogni donna, che non possono far altro che costatare l’illusorietà della conoscenza dell’altro e, contemporaneamente, lo sfaldamento della società che li accerchia.

Proibitissimo da tutte le censure dell’epoca, nonostante fosse stato terminato di scrivere nel 1900, trovò la via del palcoscenico soltanto nel dopoguerra del 1920, quando gli antiproibizionisti di una sensualità senza ritegno si sfrenarono in tutto il mondo. Da allora Schnitzler ebbe per il grosso pubblico vicino e lontano l’immeritata fama di pornografo.

Il Girotondo, portato alla ribalta con un quarto di secolo di ritardo, avrebbe potuto al più sorprendere, perché precursore malinconico e lungimirante di quel disincantato e tedioso amore che raggela le moderne generazioni. Né qui né altrove, del resto, l’ironico Schnitzler fu un cinico dell’amore, forse fu un non illuso della fedeltà, in compenso esaltò la donna con tanto fervore, fino al punto che per lui è la sola capace di assoluto, capace di donarsi e di vincere cosi la solitudine cui l’uomo è condannato dal suo egoismo e dalla sua inquieta angoscia interiore.

Se attualmente la censura nella cultura è ormai quasi sparita, mah?… il teatro esiste o non esiste? o semplicemente sta cessando di esistere? Servono gli aiuti economici da parte degli enti pubblici, o no? E questi eventuali aiuti servono a lenire le “sofferenze” di un teatro degno d’attenzione e di cure, o hanno un anomalo “effetto collaterale”? Forse servono solo a tenere in vita “artificialmente” un tipo di teatro politico/clientelare? Giacché l’attuale situazione del teatro, non “convince” il popolo sulla sua necessità.

Questo non vuol dire che manchino eccellenti attori, ottimi registi, ecc. Dico soltanto che cosi com’è, il nostro teatro è al di fuori, o almeno ai margini dei grandi interessi culturali della nazione; la sua influenza è limitata a un numero estremamente esiguo di spettatori. La sua reale riconoscenza e incidenza culturale sono pressoché nulla; nell’ambiente intellettuale si ragiona di teatro solo per eccezione.

Un’arte che non parla né al popolo né a una casta d’élite, che non suscita passioni o risentimenti, che scivola verso l’ostracismo, come una stanca “cerimonia” tra l’abitudinario e il mondano, come può meritare il titolo di arte viva? Difatti siamo arrivati già a un serio crollo del teatro: né il valore degli attori, né la buona direzione, né i contributi degli enti pubblici hanno evitato questo fallimento.

I “professori” del teatro, frattanto, sono sempre più assidui al capezzale del “moribondo”: critici, studiosi, registi, attori, impresari teatrali, etc. si radunano, organizzano consulti nazionali per venire a capo di questa misteriosa malattia che lentamente sta annientando il teatro.

Secondo me, il teatro sta perdendo la sua primordiale funzione di nobile arte, colta, intellettuale, e si sta avviando verso una posizione astratta, freddamente ornamentale, arroccandosi solo e sempre di più, in quelle illusorie messinscene “sperimentali” o amatoriali per terapie sociali/decorative; per carità niente di male, ma forse un po’ troppo limitative ed estetizzanti su certi aspetti, per far ammirare e apprezzare il reale senso del teatro.

Se il nostro teatro continuerà a limitarsi solo a quest’apologia di qualche “esteriore” risorsa scenica per una riduttiva e astratta moralità, forse la cosa migliore, è farla finita con la messinscena sublime, tanto il popolo a questo punto, non ha più bisogno di conseguire una formazione intellettualmente raffinata.

“Girotondo” è, ad oggi, un’opera molto rappresentata, ma prima di concludere è doveroso ricordare “Doppio sogno, un’altra opera famosissima del drammaturgo austriaco, da cui è stato tratto l’indimenticabileEyes Wide Shut di Stanley Kubrick, uscito nelle sale cinematografiche nel 1999.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta