Giuda Iscariota, traditore o uomo di fede? Proviamo a scoprirlo insieme

Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, 1977
Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, 1977

Giuda Iscariota è il protagonista della poesia scelta per questo Venerdì Santo. Nell’articolo vedremo di esaminare questa controversa figura della cristianità.

Questo apostolo, detto Iscariota perché proveniva da Qĕrriyyōt in Giudea, è ricordato come il traditore (sebbene il primo fu secondo me Caino, che uccise a tradimento il fratello Abele). La sua vicenda è narrata sia da Giovanni, in cui traspare un giudizio molto severo, sia da Matteo, in cui prevale invece un tono compassionevole.

Fu molto amato da Gesù e dai compagni ma purtroppo fu proprio lui a consegnare ai sommi sacerdoti il proprio Maestro per 30 monete d’argento, il costo di uno schiavo. Cristo aveva spesso accennato ad un tradimento: ciò avvenne quando fu arrestato mentre pregava nel Cedron e fu baciato da Giuda. Pentitosi del gesto, il discepolo andò dai sacerdoti in lacrime affinché si riprendessero la somma e liberassero il Redentore ma fu schernito; per la vergogna ed il dolore, si impiccò nel campo detto Aceldama, acquistato dai sacerdoti con i soldi di Giuda, per questo ritenuto maledetto.

Ma cosa spinse Giuda a tradire? Facendo un’attenta analisi esegetica, il discepolo entra in crisi quando capisce di non comprendere pienamente il messaggio divino del Figlio di Dio, Colui che doveva sacrificarsi fino alla morte per l’umanità tutta. Questo messaggio così impattante finì per creare una forte crisi interiore nell’uomo-discepolo, che venne definito addirittura diavolo dal Maestro, perché dubitava della sua natura divina, come qualsiasi essere umano. Il tormento spirituale lo condusse così alla cattiveria, espressa dai furti ai danni della sua comunità, insieme alla sfida, arrivando perfino a chiedere al Nazareno se fosse proprio lui il traditore.

Quando Egli fu catturato e non oppose resistenza, Giuda si convinse ancora di più della falsità della Sua Parola, perché non si era difeso, mentre avrebbe potuto farlo. Solo quando fu condannato a morte, Giuda capì ciò che aveva causato: l’uccisione del Figlio di Maria! Un argomento molto complesso che ha bisogno di una adeguata riflessione. Intanto vi consiglio alcuni testi: Gerardo Picardo, Parola di Giuda. Il tradimento dell’Iscariota e il mistero del campo di sangue, Tipheret, 2013; Tosca Lee, L’uomo che tradì Gesù. La vera storia di Giuda Iscariota, Newton Compton Editori, 2014; Mario Gallino, Giuda Iscariota, La Caravella Editrice, 2015; Franco Savelli, Giuda Iscariota. L’enigma irrisolto, Youcanprint, 2018.

Una toccante poesia su Giuda

A scrivere una poesia sul personaggio neotestamentario fu un poeta siciliano, Nicola Valenza (1890-?) di cui purtroppo non ho trovato nulla, tranne questi versi in una vecchia antologia degli anni ’20:

Le Mani di Giuda

Ne l’ultima Cena
appena Gesù dice:
“La mano di colui che mi tradisce
è meco a tavola”
gli occhi dei Discepoli
inorriditi si spiano
ma quelli di Giuda
fiori di precipizio
vorrebbero sorridere al Maestro.

E mentre tutte le mani tremano d’angoscia
come a carezzare il cuore sanguinante del Signore
quelle di Giuda
pian piano sotto la mensa scivolano
e pur celate
si sentono perdute.

Vorrebbero, gelide, avvincersi…

Ma come stroncate
da monconi pendono.

Le mani personificate sono il perno dell’intero componimento e lo rendono un capolavoro. É composto da due novenari senza rime (strofe di nove righe), di cui il secondo con versi staccati; nel lessico abbiamo il troncamento ne al posto di nell’ (v. 1), il latinismo meco, da mecum ossia me e cum che nella lingua latina è scritto cum me tradotto con me (v. 3); inoltre sono presenti l’allitterazione (mano-mi-meco vv. 1-2; si spiano v. 6: mentre-mani v. 10; come-carezzare-cuore v. 11; sanguinante-Signore v. 11; sotto-scivolano v. 13; si sentono v. 14), la paranomasia (mani-tremano v. 10), l’anastrofe (meco v. 3; scivolano v. 13 e pendono v. 18 sebbene il verbo alla fine è una forma prettamente latina), l’ipallage (le mani si sentono perdute v. 16), la metafora/similitudine (fiori di precipizio v. 9) ed altre.

Il primo elemento importante sono gli occhi, che creano unione o divisione: lo sguardo inorridito dei discepoli diventano i cacciatori del traditore mentre quelli di Giuda tentano di autoconvincersi che non è lui il colpevole.

Il secondo è la gestualità: le mani dei compagni tremano d’angoscia mentre quelle di Giuda, che venderanno Gesù e faranno il nodo alla corda per il proprio suicidio, già si sentono perdute, sono gelide, ormai vinte dal peccato.

Come in un film, dove il particolare aiuta a comprendere la trama, questa scena è rappresentata in un modo molto avveniristico per quei tempi. Un testo davvero sublime, che si sofferma sulla figura di un uomo travagliato durante uno dei momenti più drammatici prima della Fine: l’Ultima Cena. Con questa poesia, quindi, voglio augurare di cuore a tutti i lettori una serena e santa Pasqua.