“Gli amori di Platònov” di Cechov

Carlo Montagna Milly Vitale Laura Adani Gianni Santuccio e Giulio Oppi
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Gli amori di Platònov, o meglio il dramma che noi intitoliamo così (il titolo originale è andato perduto con il frontespizio del manoscritto) sono la più antica opera drammatica di Cechov giunta fino a noi.

Essa fu composta negli anni 1880/81 quando lo scrittore, appena ventenne, da poco era giunto a Mosca dalla nativa Taganròg per iscriversi alla facoltà di medicina. E nello stesso tempo il nome di Cechov, o piuttosto il suo pseudonimo Antosa Cechonte, cominciava ad apparire sui giornali e sulle riviste in calce alle prime novelle.

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Gli amori di Platònov”, fu messa in scena dalla Compagnia del Teatro Stabile di Torino l’8 dicembre 1958, allo stesso Teatro Stabile, con i principali ruoli affidati a Laura Adani e Gianni Santuccio. La regia fu affidata a Gianfranco De Bosio.

In questo dramma, il personaggio di Platònov, è il primo grande “fallito” cecoviano. Spirito tormentato, contraddittorio, irrequieto, fondamentalmente debole, anzi abulico. Un’intelligenza e una coscienza, che ribollono rabbiosamente nelle pastoie dello smarrimento e della viltà morale.

C’è qualcosa di tragico, di beffardo e al medesimo tempo di penoso nella figura di questo eroe, nelle sue velleità di riscatto, sempre in bilico tra genialità e istrionismo. La Russia del 1880 era in un’epoca di transizione, di compromissione, di romanticismo e positivismo, di contrasto tra la vecchia e la giovane generazione.

Comunque, in alcuni casi, si assiste al tentativo di rimettere in decoro l’opera dei classici teatrali, con le compagnie che allestiscono opere di autori straordinari, e per gli attori, si direbbe che sia tornato l’ideale di un tempo, quando Shakespeare o Goldoni erano il coronamento di una carriera e l’ambizione di tutta una vita d’artista.

Tutto ciò è molto interessante, ma sarebbe una bugia se dicessimo che i risultati di questi tentativi sono impeccabili “attrattori“ di pubblico, anche se in questi sforzi si stima la bravura personale di questo o quell’interprete, l’audacia di una scena, una “trovata” registica.

Per avvicinarsi a un classico bisogna entrare in un ordine più vasto d’interessi, e all’infuori di un certo “teatro ottocentesco” che di tanto in tanto ritorna con qualche ritocco di vocabolario o di vestiario. Il teatro d’oggi mostra pochissima confidenza con la materia nobile dell’arte.

Le nuove classi sociali hanno ridotto il loro interesse per il teatro a due o tre forme di spettacolo, che s’incontrano in tutti i periodi di sterilità intellettuale, quando il linguaggio ha esaurito le sue risorse: la commedia come vicenda di una maschera, la rivista pepata di maldicenze personale, il varietà con la sua carica di motivi stampigliati sopra un desiderio collettivo di distrazione.

Ciò spiega anche il successo del gergo dialettale a teatro. Ecco perché il teatro d’oggi invecchia rapidamente. Invecchia col linguaggio, i costumi, le mode, lo spirito della società di cui pretende darci un’immagine. Invecchia come un neologismo o un cartellone pubblicitario.

Insomma questo è certo: accanto al teatro per “spasso”, il quale ormai non ha più importanza del “burraco” o dello scopone, dovrà esserci un teatro concepito per il benessere culturale, quello in cui gli attori fanno da tramite tra il pubblico e la parola ispirata di un poeta, un teatro capace di porsi davanti a un testo con la coscienza di tutti i problemi di stile e di educazione culturale che esso propone.

Mi auguro che le nostre attuali istituzioni, accanto al “bonus provvidenza” per la povertà, trovano anche un “bonus” per le necessità spirituali.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta