“Gli Operatori Socio Sanitari in questa emergenza: senza un futuro”, lo sfogo di una Oss dell’Azienda Ospedaliera di Caserta

Negli ultimi mesi del 2019 abbiamo sperato per loro, affinché riuscissero dopo anni di sacrifici a conservare il posto di lavoro allo scadere del contratto precario che purtroppo li contraddistingue da troppo tempo.

Sono gli Operatori Socio Sanitari dell’ospedale di Caserta e non solo, che nel bel mezzo della battaglia per il sacrosanto diritto a mantenere il proprio lavoro si sono trovati risucchiati dall’emergenza, ed eccoli d nuovo in prima linea, pur se ancora senza certezze sulla continuità professionale del proprio impegno.

Abbiamo raccolto la testimonianza, lo sfogo potremo dire, di una di loro, una madre lavoratrice, una donna impegnata anche tra le fila del sindacato, delegata Cisl Fp,  un lavoratore “fantasma” come si autodefinisce lei stessa.

Rosa Della Ventura, è una degli ottanta OSS precari che lavorano da oltre dieci anni presso l’azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta.

Non è affatto un lavoro semplice il nostro – ci racconta –  siamo impegnati in prima linea anche noi, a contatto con il pericolo e l’emergenza ogni giorno ma non  siamo considerati come dovremmo.

La Società non conosce ancora quale sia il nostro ruolo. Con il grande rispetto e la dovuta considerazione che abbiamo per il ruolo dei medici e degli infermieri, ma dobbiamo gridare forte che in questa guerra Covid 19 ci siamo anche noi OSS, tra l’altro da decenni e più con contratti a termine.

Siamo un supporto infermieristico, insieme a loro lavoriamo per il bene e la salute del paziente, il nostro lavoro è un aiuto all’ammalato nei bisogni primari, la cura personale, l’igiene, le piccole mediazioni, i parametri vitali, la raccolta e trasporto dei biologici e molte altre cose.

Questo per spiegare che abbiamo contatti molto stretti con i pazienti ed è sconfortante e deludente rendersi conto che come figura professionale non siamo affatto riconosciuti.

Per non parlare dei nostri anni di servizio nel pubblico servizio sanitario senza una certezza lavorativa futura. Continuiamo a lavorare senza creare problemi con il rischio contagio e  la preoccupazione di contangiare le nostre famiglie in questo delicato momento di emergenza nazionale, con le nostre paure che trasformiamo in coraggio.

Con la speranza che ci venga riconosciuto il lavoro svolto con impegno e costanza, la speranza di non essere licenziati quando non serviremo più, di avere la possibilità di fare un concorso qui, nella nostra terra,  Concorso che non si fa da almeno vent’anni.

È una lotta tra poveri creata da chi non ha saputo fare delle scelte con responsabilità al momento giusto. Noi chiediamo solo un concorso, il giusto riconoscimento di lavoratore precario: essere stabilizzato.

Mentre invece c’è chi pur lavorando in un organizzazione ospedaliera da tanti anni e con le sudate competenze deve uscire fuori.

Noi siamo quei lavoratori che hanno contribuito a mantenere i Livelli Essenziali di Assistenza a basso prezzo e senza alcun riconoscimento, però a nessuno interessa se abbiamo famiglia e se potremo perdere tutto.  Tutto finisce in un silenzio assordante, come se non esistessimo.

Allora l’appello va a chi oggi amministra la sanità pubblica che venga data giustizia a questa provincia, quasi terra di nessuno.

Scusatemi lo sfogo ma sono una mdre lavoratrice che grida ad uno stato che ha sconfitto la camorra, ma se quello stesso stato non interviene per lo sviluppo e l’occupazione non ci sarà più futuro per i nostri figli e per la nostra cara Terra di Lavoro”.