Goethe a Caserta: cosa pensava il grande scrittore della nostra città?

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) oltre che uno dei più importanti romanzieri ottocenteschi è stato un acuto cronista; prova ne è il celeberrimo Italienische Reise, Viaggio in Italia, pubblicato in due volumi fra il 1813 ed il 1817, cui se ne aggiunse un terzo nel 1829.

L’opera si articola in più nuclei: partito da Karlsbad con un passaporto falso il 3 settembre 1786 giunge a Trento, poi si dirige a Verona e successivamente a Padova; si ferma tra il 28 dello stesso mese ed il 14 ottobre a Venezia (dove ammira la commedia dell’arte) e, più tardi, visita il sepolcro di Ariosto a Ferrara; il 25 è a Firenze, dove rimane appena tre ore perché smanioso di recarsi a Roma entro la festività di Ognissanti, non senza, però, aver prima visitato Assisi e Spoleto.

Tra il 25 Febbraio ed il 29 marzo, invece, soggiorna a Napoli, insieme all’amico pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1751-1829), che lo ritrarrà nella bucolica campagna romana. Durante la permanenza nella capitale partenopea frequenta il San Carlo, la Pinacoteca di Capodimonte e utilizza la città come base per spostarsi a Pozzuoli, Pompei, Torre Annunziata, Ercolano, Portici e Caserta. Successivamente è in Sicilia, dove conosce Palermo, Enna, Catania, Taormina e Messina; torna a Napoli e conclude il proprio viaggio a Roma, dove avrà modo di ammirare il carnevale locale.

Tra il 14 ed il 16 marzo è a Caserta. Il primo giorno ammira la nuova reggia e ne nota la somiglianza con l’Escorial, per quanto riguarda la forma della pianta. “Degno invero d’un re”, definisce il Palazzo reale dopo averne ammirata la mole ed il numero dei cortili. Goethe rimane colpito non solo dalla lussureggiante armonia dei giardini, ma anche dallo straordinario impianto idraulico in grado di convogliare l’acqua in un unico punto scosceso, generando una splendida cascata. Agli occhi dello scrittore, dunque, appare il perfetto connubio fra l’ingegno umano (in questo caso le straordinarie capacità ingegneristiche del Vanvitelli) e il rigoglio della natura. La reggia, tuttavia, non appare molto animata: il re si dedica, scrive il tedesco, alla passione venatoria in un’altra residenza di montagna adatta agli svaghi mondani (cfr. il Casino reale di San Leucio)

Il 15 ha modo di passare la giornata (lo aveva incontrato già il giorno prima) con Jakob Philipp Hackert (1737-1807), pittore di corte, il quale, gode di una certa fiducia presso la famiglia reale, che gli permette di dare lezioni pratiche alle principesse. Parlando con lo scrittore, lo lusinga dicendogli che ha talento nelle arti figurative e che gli basterà un anno e mezzo per “produrre qualcosa che possa dar gioia” a lui stesso ed ai suoi amici. L’autore ne parla come di un erudito, che consulta soventemente il dizionario di Johann Georg Sulzer (1720-1799), criticato da Goethe per la sua nozione di arte intesa come mera contemplazione della natura e parzialmente rivalutato nello stesso passo. Il brano si conclude con l’elogio del restauratore Friedrich Andres, nominato da re Ferdinando ispettore della Pinacoteca di Capodimonte.

Il 16 marzo risponde a delle lettere pervenutegli il 19 febbraio. Ora, si spende in un sonoro elogio della città di Napoli, definita un paradiso la cui ebbrezza obliosa fa dubitare della propria integrità mentale (O eri matto prima o lo sei adessoNeapel ist ein Paradies, jedermann lebt in einer Art von trunkner Selbstvergessenheit) e della regione che circonda Caserta, interamente pianeggiante, i cui campi sono caratterizzati da un nitore uniforme, che li fa apparire alla stregua di grandi aiuole. Solo chi visita certi luoghi, afferma lo scrittore, potrà capire cosa sia la primavera, il cui prorompente avvento innalza i pioppi e non impedisce la messe più rigogliosa. E’ in questa idillica cornice che matura il dubbio amletico: rimanere o partire? La Sicilia può anche aspettare? Ogni giorno si palesa questo dilemma: “oggi c’è un motivo che mi consiglia il viaggio, domani una circostanza che me lo sconsiglia. Due spiriti si contendono il mio essere.

L’ultimo passo, comincia con una riflessione fondamentale: “Se a Roma si studia volentieri, qui si desidera soltanto vivere”. Goethe, quindi, torna al succitato oblio di sé, che gli genera la particolare sensazione che scaturisce dall’aver a che fare con persone dedite al solo godimento. Successivamente, l’autore parla di una figura centrale del gossip di allora: Miss Amy Lyon (1765-1815) prima amante e poi moglie  di Sir William Douglas Hamilton  (1730-1803), in seguito protagonista di una famosa liaison con l’ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805). Sir Hamilton, a Caserta in qualità di ambasciatore, ha trovato, asserisce lo scrittore, le massime gioie dell’arte e della natura in questa ragazza inglese sui vent’anni, che ha abbigliato alla greca (egli fu anche archeologo e cultore della classicità). Ne è talmente preso che qualsiasi posa ella assuma, la grazia con cui volteggia attorno al proprio corpo i drappeggi della veste classica, gli ricordano le immagini dell’antichità: dai bei profili delle monete siciliane all’Apollo Belvedere. La Miss inglese assume i tratti della musa ispiratrice, che ha sedotto lo studioso facendo del proprio corpo il simulacro della sua grande passione  per il mondo classico. Questo solenne spettacolo viene definito da Goethe “un divertimento unico”. Il lieto quadro è concluso dall’immagine del re che va alla caccia del lupo.

Dalle pagine analizzate notiamo che non  traspaiono profonde riflessioni e neppure l’usuale melanconia che pervade le pagine romantiche. L’autore si mantiene coerente con le impressioni che aveva avuto in precedenza: laddove si vuole solo vivere non c’è spazio per la lungimiranza, per la previsione, ma per l’appagamento del proprio edonismo, che si placa con poco, con la sola osservazione del rigoglio della natura. Ad ogni amenità ne segue un’altra. Goethe, l’uomo universale, non necessita di molto: la vista delle messi e dei campi lo quieta e la frequentazione di persone che amano il godimento pongono in un alone di dubbio le sue certezze, gli fanno pensare di essere stato pazzo per tutto quel tempo, di aver cercato per anni la vera bellezza e di averla trovata solo lì, in quel luogo dove si desidera soltanto vivere.