Goethe in Italia: la potenza delle immagini della nostra terra

Goethe in Italia, la potenza delle immagini della nostra terra

Se mi propongo di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi: della terra feconda, del mare immenso, delle isole vaporose, del vulcano fumante; e per rappresentare tutto ciò mi mancano gli strumenti adatti.

Viaggio in Italia. Napoli, 17 marzo 1787.

Giunto a Napoli da Roma il 25 febbraio, Goethe ne rimane subito estasiato. Siccome sarebbe troppo facile definire l’entusiasmo dello scrittore per la città (e per la regione) con le celeberrime parole “vedi Napoli e poi muori”, vi consigliamo di leggere questo precedente articolo per scoprire di più sulle considerazioni del genio tedesco su Caserta e sull’approccio alla vita da parte del meridionale.

Ritornando al brano preso in analisi, subito dopo la riflessione iniziale ne troviamo un’altra in cui l’autore, nell’esaltare la fecondità delle terre campane, asserisce di essersi reso conto del perché all’uomo sia venuta in mente l’idea di lavorare la terra.

Il rigoglio naturale, dunque, stimola l’uomo verso il lavoro, stavolta non visto come impedimento o prigione, bensì come espressione di quello spirito pratico che si esplicita attraverso la lavorazione della terra. Il processo, tuttavia, non è immediato: quale creatura è l’uomo! Impara presto a sapere, ma tardi a mettere in pratica.

Notiamo nell’ultima citazione il particolare interesse di Goethe per le dinamiche che determinano il rapporto uomo-natura; questa dialettica, dunque, non si concretizzerà mai con facilità, ma potrà esprimersi più rapidamente laddove la natura, come in Campania, ostenta nei confronti degli uomini che la lavorano un’attitudine più benigna.

L’attenzione del tedesco circa questo atavico rapporto (materia d’interesse per tutti i romantici) si spiega ulteriormente in queste parole: …il mondo si svela sempre più, e anche quello che sapevo da tempo, soltanto adesso diviene realmente mio.

La sola conoscenza teorica è insufficiente se non completata dall’esperienza empirica. Conoscere il mondo dalle pagine di un libro garantirà una vasta cultura nozionistica, ma i segreti della natura potranno essere carpiti solo dalla percezione sensoriale. Solo allora, quindi, si sarà interiorizzato ciò che già si conosceva nella teoria.

Scrive Goethe: il mondo non è che una normale ruota, sempre uguale a se stessa nell’intero suo giro; ma proprio perché noi giriamo con essa ci riesce tanto sorprendente.

Il paradosso della natura: sempre nuova nella propria monotonia! Il solo partecipare del giro della “ruota” rende l’uomo parte integrante di essa, sempre attento a mettere mani ed occhi laddove lo spinge la curiosità per quelle forze che alimentano e caratterizzano il suddetto moto perpetuo.

In questa lunga digressione dov’è il riferimento alla nostra terra? Eccolo: solo in questo paese ho potuto comprendere ed investigare certi fenomeni naturali, certe confusioni delle idee.

Goethe, che a breve partirà per la Sicilia alla volta di Palermo, esce arricchito dall’esperienza napoletana: l’autore ha accresciuto la propria già immensa sapienza. Sapienza, appunto; non erudizione. In perfetta linea con gli ideali romantici di cui il tedesco fu gigantesco fautore, la contemplazione della natura ha avuto su di lui enorme influsso conoscitivo.

Dove, del resto, ciò avrebbe potuto aver luogo, se non dove si vuole solo vivere, dove il paradiso è espressione di selbstvergessenhheit (oblio di sé), dove persino la morte è occasione per esaltare la vita? La romantica espressione della natura napoletana non è conforme agli scenari gotici della poesia ossianica, né avvolge l’uomo in un’aura di mistero; è, al contrario, tutto troppo chiaro allo sguardo di Goethe: la cornice del golfo, i campi divinamente lussureggianti ed il mare limpido si conciliano perfettamente con le esigenze dell’uomo, il quale non pretende di dominare madre natura, ma la asseconda, venendo ricompensato dai suoi frutti. Laddove si vuole solo vivere, allora, il sublime non sarà terribile ed inconoscibile, ma amichevole e pronto a tendere la mano.

Concludiamo con l’ultima interessante riflessione del passo: Goethe si chiede da dove provengano le ipocondriache lagne di Rousseau, inconcepibili per un  uomo come il tedesco, così legato alle cose della natura da immergervisi senza temerne l’apparente confusione e traendo migliaia di informazioni. Certo, lui stesso ammette di prendersi per matto a volte. Quant’è bella, tuttavia, la pazzia quando scaturisce dal discernimento puro e veritiero delle cose?

Ai posteri l’ardua sentenza.