Inutile la delibera del condominio per installare telecamere di sorveglianza

Inutile la delibera del condominio per installare telecamere di sorveglianza

Nei luoghi destinati ad un numero indeterminato di persone non v’è carenza di riservatezza

Ritorniamo a parlare di condominio, ma stavolta nell’ambito della temutissima Privacy. Un nuovo principio – per modo di dire nuovo – è stato stabilito da una sentenza di Corte d’appello italiana. L’immagine di una persona – ribadiscono preliminarmente i giudici – non costituisce di per sé un dato sensibile. Dunque, installare senza autorizzazione dell’assemblea di condominio una telecamera di sorveglianza sulla facciata dell’edificio non integra trasgressioni né penali, né civili.

A dirlo è la seconda sezione civile della Corte di Appello di Catania con la sentenza numero 317/22 del 15 febbraio scorso. Ma scopriamo ora i fatti di causa per capire meglio di cosa stiamo parlando.

A ricorrere in appello – stravincendo – gli esercenti commerciali, anche condomini dello stabile, per far valere il proprio diritto di mantenere l’impianto di videosorveglianza a scopo deterrente.

Le telecamere, puntate sull’ingresso dei locali commerciali, sono fisse e puntante parallelamente alla facciata dello stabile. La parte comune è solo l’area antistante non adibita a parcheggio e, tutto sommato poco frequentata, come risulta dagli atti di causa.

La difesa, perciò, sottolinea che è impossibile visionare l’interno degli altri appartamenti, sicché non sussiste la violazione della privacy. Il principio, come dicevamo all’inizio, non è nuovo: le riprese effettuate su aree condominiali quali pianerottoli, scale, parcheggi, ingressi garage ecc., per loro stessa natura frequentati da tante persone, non rientrano nella tutela del combinato disposto degli articoli 614 e 615bis del codice penale.

L’articolo 615 bis C.p., infatti, esclude tutte le ipotesi che non rientrano in quelle stabilite al precedente art. 614, cioé l’introduzione nell’altrui domicilio, ovvero abitazione o privata dimora e loro appartenenze, senza la volontà tacita o espressa di chi ha il “diritto di escludere”.

È doveroso segnalare a tal proposito, che tale disposto va inteso secondo il diritto di domicilio costituzionalmente garantito e tutelato, più ampio di quello espresso nel codice civile. Pertanto, nel caso di specie, non c’è – giustamente – violazione del diritto alla riservatezza, perché le riprese avvengono su un vialetto, che in quanto tale è destinato all’uso di un numero non meglio determinabile di persone.

Il GDPR nel bilanciamento dei diritti: i legittimi interessi del titolare

Il Regolamento generale sulla protezione dei dati, meglio noto come GDPR, ovvero il Regolamento UE numero 2016/679, prevede un bilanciamento dei diritti. Fra la tutela della riservatezza e il legittimo interesse di un soggetto c’è una posizione uguale qualora vengano meno i diritti e le libertà fondamentali.

Non si parla, giustappunto, di una videosorveglianza immotivata, bensì lecita giacché volta alla salvaguardia della tutela della sicurezza dell’impresa. Sarebbe valida anche l’ipotesi di una tutela all’incolumità fisica personale o familiare, ovviamente.

Inoltre, potremmo addurre ulteriori conclusioni – per altro già rilevate, seppur per altro fine, dagli stessi giudici di seconde cure – ritenendo l’installazione delle telecamere una modificazione necessaria per il miglior godimento del bene in proprietà. Quest’ennesimo principio è affermato dall’articolo 1102 del Codice civile, secondo comma.

La corte, tuttavia, ha ritenuto non violato il primo comma dello stesso articolo, escludendo categoricamente che l’impianto alteri la destinazione d’uso del bene, né comprometta il diritto degli altri proprietari.