Jazz e poesia, intervista al musicista sammaritano Lello Petrarca

Lello Petrarca (credit photo SpectraFoto)
Lello Petrarca (credit photo SpectraFoto)

Il jazz è la rivolta dell’emozione contro la repressione (Joel August Rogers, intellettuale giamaicano-americano)

Oggi si festeggia l’Internazional Jazz Day (Giornata internazionale del Jazz), voluto nel 2011 dal pianista ed ambasciatore UNESCO Herbie Hancock, patrono anche dell’Herbie Hancock Institute of Jazz. In questa giornata i musicisti di tutto il mondo si riuniscono per suonare insieme ma ora si svolge virtualmente a causa del covid.

Breve storia del jazz

Il jazz nacque negli Stati Uniti intorno al 1920, in Louisiana ed in particolare a New Orleans, come una sorta di commistione tra i canti degli schiavi delle piantagioni di cotone e la musica occidentale. Inizialmente era caratterizzato da rozzi vocalizzi (call/hollers) ma andò sempre più perfezionandosi, creando prima spirtual e gospel ed in seguito blues, con l’accompagnamento anche di strumenti musicali quali la chitarra, il banjo e l’armonica a bocca. Questo genere musicale riesce a creare una sorta di coesione tra cantante e strumento con virtuosismi canori-melodici come quelli dello swing.

Ci sono diversi stili: New Orleans, dove blues, spiritual, voci e strumenti riproducevano anche canzoni del momento; Chicago, con improvvisazione solistica, tra cui spicca quella di Louis Armstrong; Swing, di Fletcher Henderson; New York, di Benny Goodman addirittura con il ballo. In Italia abbiamo importanti jazzisti come Enrico Rava, Gianluigi Trovesi ed il nostro Lello Petrarca! Vi segnalo anche un po’ di bibliografia: Philippe Carles, André Clergeat, Jean-Louis Comolli, Dizionario del Jazz, Mondadori, 2008; Flavio Caprera, Dizionario del jazz italiano, Feltrinelli, 2014, 16.00; Ted Gioia, Storia del Jazz, EDT, 2013, Eric J. Hobsbawn, Storia sociale del Jazz, Mimesis, 2020.

Lello Petrarca, il genio sammaritano del jazz

Nato a Caserta, il sammaritano Lello Petrarca è un pianista, compositore, polistrumentista ed arrangiatore, che ha all’attivo moltissimi spettacoli e collaborazioni. Nel 2009 fu invitato da Tullio De Piscopo al Sorrento Jazz; altre location lo hanno accolto come ospite ed esperto, quali il Nick La Rocca Jazz Festival, l’Atina Jazz Festival, il Napoli Jazz Festival, il Luglio Jazz Festival svoltosi al Centro Campania di Caserta. Nel dicembre del 2016 è stato protagonista, insieme a Pericle Odierna (fiati) e Enrico Del Gaudio (batteria), della prima di Intuitus, un concerto conferenza con la prestigiosa presenza del Professor Piergiorgio Odifreddi.

Tra i suoi dischi ricordiamo il Musical Stories, Dodicilune, del 2016, Reflections, nel 2018, uno dei migliori album Jazz dell’anno e International Songs del 2019. È stato anche invitato dall’Ambasciatore d’Italia a Sofia, in Bulgaria nel 2018. Di seguito l’intervista che gentilmente mi ha concesso:

Qual è il tuo rapporto con lo strumento musicale o gli strumenti musicali del jazz? Sintonia, amore, passione o contrasto?

Il mio strumento ufficiale è il pianoforte, con cui ho un rapporto di amore-odio, essendo uno strumento (come tutti gli strumenti) al quale va dedicato un’esercitazione quotidiana. Mi sono avvicinato al jazz praticandolo inizialmente con musicisti del mio territorio e successivamente collaborando con musicisti nazionali ed internazionali in qualità di pianista ma sono appassionato da sempre anche di altri strumenti. Infatti un mio ultimo progetto si intitola “One Man One Band”, per la cui realizzazione sono arrivato a suonare ben otto strumenti. Ho pubblicato con l’etichetta salentina “Dodicilune”, due dischi di jazz intitolati “Musical Stories” e “Reflections”, entrambi registrati col mio trio, composto da Vincenzo Faraldo al contrabbasso e Aldo Fucile alla batteria.

Qual è il tuo pezzo jazz preferito?

Uno dei miei brani jazz preferiti è “All the things you are”, uno standard che ho sempre considerato tra i più caratterizzanti questo genere musicale, sia da un punto di vista melodico che armonico, soprattutto in relazione alle progressioni utilizzate per la sua composizione. La mia preferenza va anche a brani che presentano strutture sulle quali è possibile portare avanti un discorso musicale incentrato sull’Interplay tra i musicisti.

La Jazz Poetry, quando poesia e musica si incontrano

Questo genere poetico è nato negli anni ’20 dai poeti afroamericani, perfezionato a metà del secolo scorso dalla Beat Generation e diventato testo per la hip-hop. L’importanza della parola, vietata ai negri nelle piantagioni di cotone, diviene simbolo di rabbia, frustrazione, pace ed amore. La Jazz Poetry è così denominata perché i testi hanno riferimenti metrici, linguistici e culturali legati a questo genere musicale o sono stati scritti con accompagnamento strumentale jazzistico.

Sull’argomento potete leggere Rita Pacillo, Il suono per obbedienza. Raccolte di poesie sul Jazz, Marco Saya Editore, 2015. James Langston Hughes, (1902-1967), uno dei più imprtanti rappresentati di questa corrente letteraria, frequentò la Lincoln University, pubblicò il romanzo Not Without Laughter (1930), le novelle The Ways of White Folks (1934), le sillogi poetiche Weary Blues (1926), Fine Clothes to the Jew (1927); The Dream Keeper (1932); Shakespeare in Harlem e Fields of Wonder (1947); la sua autobiografia è The Big Sea (1940). Il testo riportato ha diversi titoli: Merry-go-round (La giostra), Colored child at Carnival (Bambino africano al Carnevale) o Jim Crow:

Colored child at carnival

Where is the Jim Crow section
On this merry-go-round,
Mister, cause I want to ride?
Down South where I come from
White and colored
Can’t sit side by side.
Down South on the train
There’s a Jim Crow car.
On the bus we’re put in the back–
But there ain’t no back
To a merry-go-round!
Where’s the horse
For a kid that’s black?

Il Carnevale di un bimbo di colore

Dov’è la sezione Jim Crow
su questa giostra, Signore,
così io posso salirvi?
Laggiù, da dove provengo,
bianchi e neri, nel Sud
fianco a fianco non posson sedere.
Laggiù nel Sud, in treno
c’è una carrozza Jim Crow
e dietro ci ficcan nel bus.
Ma lì, “dietro” non c’è
sulla giostra che gira.
E il cavallo dov’è
per un negretto come me

La poesia ha una composizione ad anello, inizia e termina con domande retoriche; l’anafora Down South deve ricalcare come la vita per un bambino africano è differente nell’America del Sud rispetto a quella del Nord. Il protagonista è Jim Crow, personaggio simbolo della lotta razziale. Durante il Carnevale, in una città dell’America del Nord, egli, originario del Sud, Down South where I come from v. 4 nel testo in inglese, esprime alcuni dubbi che potete leggere nella traduzione in alto: white and colored can’t sit side by side, on the train there’s a Jim Crow car; on the bus we’re put in the back, vv. 5-9.

La drammaticità è proprio nella giostra! Proprio perché gli è stato inculcato fin dalla nascita che non può permettersi di giocare con i giochi dei bambini dalla pelle bianca o sedere in un loro bus o treno, si sente spaesato dinanzi alla possibilità che adesso invece può! Pochi versi ad un ritmo incalzante, proprio come il jazz, come le rivolte antirazziali che hanno permesso a Jim di divertirsi un po’, come è giusto che sia per qualsiasi bambino nel mondo.